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2011
radiovaticana.org

Cristiani e primavera araba. Padre Pizzaballa: dalla speranza alla paura

La minoranza cristiana nei Paesi arabi sta seguendo con particolare attenzione il processo di rinnovamento sociale e politico in atto in queste regioni. Non mancano tuttavia le preoccupazioni. Se ne sta parlando anche al Meeting di Rimini, in questi giorni. Con quale spirito i cristiani dei Paesi arabi stanno vivendo questi rivolgimenti. Il nostro inviato a Rimini, Luca Collodi, lo ha chiesto al padre francescano Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa:

R. – All’inizio c’è stata grande speranza, come per tutti, soprattutto in Egitto. In Siria la situazione è un po’ diversa. Adesso in Egitto c’è molta paura, molta incertezza, perché si è visto che dopo una fase di euforia, dove c’era una comunione di intenti, sembra che le parti più integraliste prevalgano a scapito proprio della minoranza cristiana. Quindi c’è una grande incertezza e anche una grande paura. E’ la stessa cosa anche in Siria dove i cristiani avevano e hanno ancora un trattamento di grande rispetto e questi movimenti antiregime stanno creando una sorta di preoccupazione per la comunità cristiana che si sente venire meno i punti di riferimento che l’hanno garantita per tanti decenni.

D. – Qui al Meeting di Rimini un rappresentante dei Fratelli musulmani dice agli occidentali e a quanti hanno paura, che in realtà le cose non sono così brutte in Egitto e che i cristiani non devono temere alcun tipo di problema…

R. – Mah … su questo argomento è sempre difficile parlare, soprattutto per noi cristiani che stiamo in Medio Oriente e in Terra Santa, perché è un argomento che si presta a facili strumentalizzazioni e se tu dici che ci sono problemi tra cristiani e musulmani sei accusato di voler accentuare le differenze e tenere ben distinti i campi. Se invece dici che c’è collaborazione, c’è condivisione, sei un buonista … Ci sono tutte e due queste esperienze, non c’è un aut-aut. Ci sono esperienze di condivisione ma ci sono anche elementi di integralismo, di divisione, di persecuzione. Lo abbiamo visto, è stata la cronaca. Non bisogna avere paura, lo diciamo sempre, bisogna avere il coraggio della “parresia”, dire le cose come stanno, con chiarezza, ma tenere un atteggiamento cristiano di testimonianza, di apertura, di accoglienza, cercare in ogni caso di ricostruire il dialogo e il rapporto. Questo perché anzitutto da un punto di vista strategico, se vogliamo essere pratici, non c’è alternativa e poi perché anche la fede ce lo insegna. In queste regioni la testimonianza della propria fede è l’unica cosa che possiamo fare, trasmettere la nostra esperienza, la nostra testimonianza, che va al di là delle lingue, delle culture, delle religioni, e che se è fatta con onestà e profonda convinzione passa e arriva a chiunque. (bf)

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