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2011
famigliacristiana.it

Gmg, il grido del Medio Oriente

Madrid, chiesa di San Jeronimo el Real: giovani egiziani, libanesi, siriani e iracheni partecipano alla catechesi in lingua araba. Le loro storie, le loro speranze di pace.

La chiesa di San Jeronimo el Real si riempie poco a poco, a partire dalle 10. Alle 11 è gremita.
E’ il giorno delle catechesi, e qui, lontano dal centro vociante e colorato di Madrid, si danno appuntamento le comunità cristiane del Medio Oriente. Monsignor Geroges Bon Jaoudè, libanese, arcivescovo maronita di Tripoli, scandisce i nomi dei Paesi e delle città di provenienza, quasi una mappa del dolore, della persecuzione e della guerra. Ma anche della tenacia e della speranza, alla luce della rivoluzione dei gelsomini e delle diverse “primavere” politico-sociali che hanno caratterizzato quella parte del pianeta dal gennaio 2011.
“Saluto i fratelli e le sorelle giunti dal Cairo e da tutto l’Egitto, quelli che vengono dalla Siria, in particolare da Aleppo e da Damasco, quelli che mi hanno seguito da Sidone, Tiro, Tripoli e Beirut, i giovani cristiani dell’Irak”, dice.

Spesso i presenti hanno travagliate storie di dolore alle spalle.“Sono un ingegnere, lavoro nel campo dell’estrazione e della lavorazione del petrolio, sono sposato e credo in un Irak pacificato, capace di trasformare le differenze in ricchezza”, dice Rayan Liws, 28 anni, di Kirkuk. “Qualche giorno fa abbiamo subito l’ennesimo attentato. Ci colpiscono con attentati o ci spaventano con minacce, noi rispondiamo con la preghiera e il perdono.

A dire il vero, molti musulmani, dopo gli atti di sague contro di noi, vengono per darci la loro solidarietà, assicurando la loro preghiera“.
Rayan Liws assicura che non vuole lasciare l’Irak: “il principale investimento per il mio futuro a Kirkuk è il bambino che mi sta per nascere; potrebbe essere questa sera, potrebbe essere domani. Mia moglie avrebbe dovuto essere qui in Spagna ma la gravidanza era ormai al termine Rayan Liws assicura che non vuole lasciare l’Irak: “il principale investimento per il mio futuro a Kirkuk è il bambino che mi sta per nascere; potrebbe essere questa sera, potrebbe essere domani. Mia moglie avrebbe dovuto essere qui in Spagna ma la gravidanza era ormai al termine. Credo. Spero. E agisco perché i cristiani siano ancora lievito delle nostre società”.

Padre Saad S. Hanna spiega che da tutto l’Irak sono arrivati a Madrid 84 giovani, 65 da Bagdad, 19 da Kiruk. Bassam Nasrallah, libanese, 43 anni, animatore di pastorale giovanile di Sidone, segue la catechesi e prega nella navata destra della grande chiesa. Accanto a lui, Mona Khalat, 18 anni, Naghan Dandan, 20 anni, e molti altri ragazzi e ragazzi che erano adolescenti durante l’ultima guerra combattuta nella loro terra, nel 2006, tra Hezbollah e Israele. Ely Bahhade, 18 anni, di Aleppo, chiede preghiere per il suo travagliato Paese.

Sono comprensibilmente restii a parlare con i giornalisti, ci si limita giusto a ragionare di visti, concessi con relativa facilità delle autorità spagnole, salvo una decina di richieste respinte.  Con la garanzia dell’anonimato, i siriani fanno intendere che preoccupa la possibile vittoria dell’ala islamica radicale che sta tentatndo di rovesciare Assad.
Ovviamente più loquace l’egiziano Mena Aba Elckhair, 20 anni, studente universitario del Cairo: “La nostra primavera non è finita, siamo in piena transizione, i cristiani giocano un ruolo. In Egitto come in Irak come in Libano siamo coloro che più parlano di dialogo, di pace, di riconciliazione e di perdono, per noi imprescindibili valori evangelici, per tutti solide basi per delle società più democratiche, più eque, più attente a uno sviluppo non di rapina”.

 Monsignor Georges Bou-Jaoudé, libanese, arcivescovo maronita di Tripoli.

“Le Chiese occidentali non ci devono dimenticare, pregate per noi, stateci vicini anche dal punto di vista culturale, politico e pratico, noi siamo il vostro avamposto in Terra Santa, la terra di Gesù”, s’accalora monsignor Georges Bon Jaoudè. Nella catechesi, partendo dal messaggio di Benedetto XVI  per la Gmg, ha messo in guardia contro la strisciante secolarizzazione che colpisce anche le comunità cristiasne arabe.
“Viviamo in società perennemente in movimento, società “liquide” come sostengono diversi esperti, dove nulla è per sempre, tutto si discute e si negozia sulla base di personali interessi o di immediati tornaconti.
Il Vangelo ci consegna una Verità fondata sulla roccia, Gesù non tradisce”.

 In una pausa, il vescovo maronita di Tripoli, nel Nord del Libano, ricorda i 5 gruppi di missionari che stanno battendo tutti i villaggi della sua diocesi: “Sono tutti composti da giovani; si annuncia la parola del Signore, si organizzano veglia di preghiera, si riflette sul corretto rapporto tra fede e mondo moderno. Il dialogo con l’Islam? Vivo e opero in una città di 500.000 abitanti dei quali solo 15.000, 20.000 a esser generosi, sono cristiani.

Il dialogo della vita, quello quotidiano, dei piccoli e dei grandi gesti è possibile, eccome. Il muftì di Tripoli e io ci frequentiamo, ho avuto con lui un incontro poco tempo fa, per il Ramadan. Altro è il discorso culturale teologico. Come si fa a trovare un accordo con chi ritiene Gesù al massimo un grande profeta ma non il figlio di Dio, e come è possibile arrivare a un’intesa con chi ci accusa di eresia perché crediamo nella Trinità? Mettiamo tutto nelle mani di Dio“.

 E’ mezzogiorno quando terminata la riflessione. Qualche minuto dopo comincia la Messa. I sacerdoti entrano a San Jeronimo el Real in processione. Colpisce il fatto che, nell’accoglierli, il canto d’apertura lodi Dio evocandolo con il vocabolo arabo che lo definisce: Allah. E’ fede intensa e partecipe quella si respira qui. Chi soffre per il proprio credo sa cosa vuol dire stare sotto la Croce. Alla fine della liturgia, proveninenti da un’altra catechesi, ecco 15 giovani con le bandiere palestinesi. Arrivano da Ramallah, sono dovuti passare dalla Giordania per raggiuingere la Spagna. Sono guidati da don Faysal Hijazen, che guida la comunità della parrocchia della Sacra Famiglia.
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