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2011
osservatoreromano.va

La speranza affidabile

Maria Assunta anticipa la nostra destinazione
L’assunzione al cielo in anima e corpo di Maria, celebrata da sempre il 15 agosto, costituisce una delle tre solennità mariane dell’anno liturgico: un mistero celebrato da secoli, seppur con linguaggi, accenti e riti diversi, nelle varie Chiese d’Oriente e d’Occidente. Esso è un evento di fede che impegna la vita e ravviva la speranza dei cristiani: lì dove infatti si afferma di aver sperimentato la presenza, il soccorso e la guida della Madre del Signore, si afferma ugualmente questo avvenimento di gioia, di lode e di riconoscenza, che Pio XII sancì solennemente come dogma il 1° novembre 1950.

Evento di gioia, perché si sono già realizzate le parole scritte da Paolo: «Ritengo che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità, non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta, nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Romani, 8, 18-21; cfr. Filippesi, 2, 20-21; 3, 14).

Evento di lode, perché le «grandi cose» che Dio ha compiuto e compie, e che Maria ha cantato nel suo Magnificat, culminano, grazie all’anticipo della glorificazione di Cristo risorto, nella resurrezione dai morti, l’evento che conferma realmente come «nulla è impossibile a Dio» (Luca, 1, 37) e che costituisce la roccia su cui si fonda il suo fiat e il suo servizio materno: «Allora (cioè proprio perché nulla è impossibile a Dio) Maria disse: “Ecco la serva del Signore”» (Luca, 1, 38).

Evento di riconoscenza, perché la vita e l’amore che la Trinità ha riversato copiosamente su di lei elargendole già ora la resurrezione della carne fanno di lei un dono e un segno per la Chiesa e per l’umanità. Insegna, infatti, il concilio Vaticano II (Lumen gentium, 62) che l’Assunta in cielo «con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata». L’Assunta ci invita a guardare e ad accogliere con fiducia il cielo e il corpo. Il cielo, perché Cristo lo ha reso, con la sua croce e la sua resurrezione, la nostra vera patria (cfr. Filippesi, 3, 20-21) la nostra destinazione ultima e gloriosa.

Il corpo, perché, afferma Papa Benedetto XVI, «anche per il corpo c’è posto in Dio. Il cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una madre. È la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto. Ne ha fatto la nostra Madre, quando ha detto al discepolo e a tutti noi: “Ecco la tua Madre!” Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore». Anche noi, allora, non possiamo aver paura di avere un cuore che accoglie con fiducia il cielo e il corpo: sia allora l’Assunta l’educatrice e la maestra di un simile cuore, l’unico capace di dare un volto umano al vivere e al morire. Maria, «ricolmata di grazia», assume così, per se stessa e per la Chiesa dei discepoli in cammino verso l’eternità promessa da Dio in Gesù, un significativo servizio comunitario. Nella Vergine glorificata, per pura grazia e dono divini, inoltre, è vinta la paura del futuro — così presente nell’umanità postmoderna illusa da «futuri brevi ed effimeri» — superato l’enigma inevitabile e angoscioso della morte, disvelato nella sua gloria il destino ultimo che accomuna ogni persona. In virtù della Parola della fede (cfr. Romani, 10, 8) che ha offerto a tutti gli uomini e le donne di «buona volontà» la speranza affidabile che viene da Dio. La Chiesa dei giustificati proclama che Cristo è la suprema garanzia della speranza non chiusa in se stessa, che è la «speranza della gloria» (cfr. Colossesi, 1, 26-27). Tale speranza è stata raggiunta e concretata nell’umanità tramite l’assunzione al cielo della Discepola del Regno, che permane nei secoli la creatura umana giunta alla pienezza della sua vocazione escatologica, divenendo l’umanissimo ed evangelico prototipo della Chiesa dell’età futura. La posizione centrale che la Madre del Signore aveva occupato nella Chiesa degli apostoli e delle origini (cfr. Atti degli apostoli, 1, 12-14) si prolunga ora per l’eternità nel santuario del cielo, cioè nella comunione gloriosa dei santi. La Glorificata è anche là dove il Figlio Gesù continua a essere nella Chiesa pellegrina, pur in modo invisibile, il gran Sacerdote, l’unico Maestro, il solo Signore; segno per tutti che la liberazione del cosmo (cfr. Romani, 8, 19-22) è già in atto, perché «nel corpo glorioso di Maria la creazione materiale comincia ad avere parte nel corpo risuscitato di Cristo» (Documento di Puebla, 298).

L’Assunta, infine, è presenza benigna e sororale che fa crescere nelle comunità ecclesiali anche il senso della fraternità e della famiglia, in un contesto umano e storico-sociale spesso diviso e contrapposto, quindi assai povero di pace, di serenità, di verità e di comunione. La fede in Gesù Risorto e l’accoglienza del segno luminoso della Prima dei risorti ci dice che il cristianesimo è fede in un futuro non fuggevole e inconsistente; ma è ferma speranza nella promessa evangelica pregna della concretezza salvifica di Dio, che raggiunge chiunque la chiede e si impegna per essa nella vita (cfr. Giovanni, 14, 1-6). Questa dimensione antropologica, ecclesiale, martiriale, simbolica, salvifica ed escatologica del dogma del 1950 fa della Madre del Risorto, per usare la celebre espressione del Vaticano II, «un segno di sicura speranza e consolazione per il popolo di Dio che è in cammino» (Lumen gentium, 68) verso l’approdo sicuro della Trinità. Ecco perché la destinazione gloriosa e definitiva di Maria, nostra madre e sorella, può essere anche la nostra.

 SALVATORE M. PERRELLA
14 agosto 2011
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