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2011
osservatoreromano.va

Missione in Croazia per conto di Pio XII

Le carte del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai nazisti

Mentre sul continente europeo divampava il secondo conflitto mondiale, merita un’attenzione particolare la missione svolta dall’abate benedettino di Montevergine, monsignor Giuseppe Ramiro Marcone che, nell’estate del 1941, fu inviato dalla Santa Sede presso l’episcopato croato, in qualità di visitatore apostolico per tutelare gli interessi cattolici in quel Paese, senza trascurare — tuttavia — neanche i normali rapporti con il Governo del nuovo Stato balcanico nato l’11 aprile 1941 dalla dissoluzione del Regno di Jugoslavia.

Il 13 giugno 1941, su proposta del segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Luigi Maglione, giunse l’investitura ufficiale da parte di Pio XII, che lo incaricò di recarsi nello Stato indipendente di Croazia in qualità di rappresentante papale con la missione di «Visitatore Apostolico presso l’episcopato croato». Il presule benedettino, il 23 giugno successivo, si precipitò a Roma dove fu investito ufficialmente della missione dal Santo Padre in persona, come si evince da una nota autografa dello stesso abate Marcone in cui afferma: «Oggi, 23 giugno 1941, alle ore 13 sono stato ricevuto dal Card. Maglione. Mi ha detto che la S. Sede non può riconoscere il regno di Croazia, se non dopo la guerra per ovvie ragioni. Ciò posto, essa non può inviare a Zagabria un suo rappresentante ufficiale. Dall’altro lato gli interessi religiosi di quella nazione richiedono un rappresentante della S. Sede ufficioso, sotto il nome di Visitatore Apostolico».

Difatti, come si evince chiaramente anche dalle minuziose istruzioni impartite dal segretario di Stato della Santa Sede, la missione dell’abate Marcone aveva: «un fine del tutto spirituale e religioso (…) Da ciò consegue che il Rev.mo Abbate Marcone soggiornando nel Regno di Croazia, (…) si studierà di evitare contatti ufficiali con le Autorità governative, in modo tale che la sua missione sia ed apparisca, com’è desiderio della Santa Sede, di natura strettamente religiosa. (…) In particolar modo il Rev.mo Prelato consiglierà e sosterrà Monsignor Stepinac e l’Episcopato nel combattere i funesti influssi che potrebbero esercitare nell’organizzazione del nuovo Stato la propaganda neopagana».

A distanza di sole tre settimane dal suo arrivo, il solerte visitatore apostolico già fece pervenire alla Santa Sede una dettagliata relazione nella quale descriveva, con dovizia di particolari, la precaria condizione nella quale versavano gli ebrei in Croazia.

La replica della Curia romana non si fece di certo attendere, tant’è che il 3 settembre successivo, gli giunse una lettera della Segreteria di Stato nella quale erano contenute precise direttive a cui l’inviato del Papa doveva attenersi scrupolosamente. Si leggeva, infatti: «si raccomanda moderazione riguardo al trattamento degli ebrei che risiedono nel territorio Croato».

In realtà, come scrive nella cronaca don Giuseppe Masucci, già a partire dal 10 febbraio 1942, l’abate Marcone era stato sollecitato a intervenire, con una certa celerità, presso le competenti autorità ustaša per perorare la causa degli ebrei che stavano per essere avviati verso i campi di concentramento, preludio alla scellerata «soluzione finale del problema ebraico». Questo provvedimento era stato preso su pressione dei nazisti i quali, attraverso il maggiore delle s.s. Hans Helm, avevano proposto di trasferire i prigionieri ebrei nei campi tedeschi dell’est.

Il capo della Polizia dello Stato indipendente di Croazia, Eugen «Dido» Kvaternik, naturalmente, fu subito d’accordo, tanto che non ci pensò due volte ad arrestare gli ebrei e condurli nei campi di sterminio nazisti orientali. Come vile contropartita i tedeschi permisero al Governo croato di incamerare tutte le proprietà degli ebrei deportati, i quali furono barattati per trenta marchi cadauno. Il capitano delle s.s., Franz Abromeit, fu inviato in Croazia per soprintendere alle operazioni di trasferimento dei 5.500 ebrei, i quali — tra il 13 e il 20 agosto 1942 — furono prelevati dai campi di concentramento croati e caricati su ben cinque treni per essere destinati ad Auschwitz.

Seriamente preoccupato dal precipitare degli eventi, nel tardo pomeriggio del 10 febbraio 1942, il rabbino capo di Zagabria Miroslav Shalom Freiberger, decise di rivolgersi immediatamente all’inviato del Papa. Scrive, infatti, nella cronaca il suo segretario don Giuseppe Masucci: «Il caporabbino dr. Freiberger alle 18 mi si presenta tutto trafelato e mi comunica che la città è piena di manifesti annunzianti la presentazione alla polizia di tutti gli ebrei, senza alcuna distinzione. Gli rispondo che l’indomani avrei chiesto di parlare col Capo della Polizia chiedendo spiegazioni a riguardo. Soggiunse che il caso era molto urgente, perché nella notte avrebbero già arrestati tutti. Allora telegraficamente chiesi a Dido [Eugen Kvaternik] di avere una cosa oltre modo urgente da discutere con lui e che non c’era tempo da perdere; mi dice che potevo andare alle 19. Alle 19 infatti fui da lui e a lungo parlai, implorai, pregai per questi disgraziati ebrei. Feci presente che i matrimoni misti non debbono più considerarsi come ebrei, ma come facenti parte della Chiesa Cattolica».

Il capo della Polizia — si legge ancora — «fu abbastanza pensoso e subito diede ordine di pubblicare sui giornali che quanto recavano e già affisso i manifesti restava abrogato. Che in ogni caso tutti gli ebrei congiunti in matrimonio misto non dovessero ulteriormente essere molestati, anzi di concedere subito la libertà a quei tali, che erano ancora vivi nei campi di concentramento».

Pertanto, in ossequio alle direttive impartite dalla Santa Sede, avvalendosi della preziosa collaborazione del signor Théodore Schmidlin, del Dipartimento politico federale della Croce Rossa Internazionale, e del primate croato Stepinac, l’abate Marcone, in seguito, si prese la briga di organizzare persino il trasporto di un piccolo gruppo di bambini ebrei — tra cui vi era anche il figlio del rabbino capo di Zagabria — che, attraverso l’Ungheria e la Romania, furono condotti al sicuro nella neutrale Turchia.

In segno di gratitudine per i soccorsi prestati, il rabbino Freiberger, il 4 agosto 1942, fece pervenire al Pontefice un’accorata lettera con la quale esprimeva la sua più profonda gratitudine per l’abnegazione mostrata da tanti religiosi cattolici verso gli ebrei, auspicando che il Vaticano proseguisse in questa direzione. «Pieno di rispetto — scriveva — oso comparire dinanzi al trono di Vostra Santità per esprimervi come Gran Rabbino di Zagabria e capo spirituale degli ebrei di Croazia la mia gratitudine più profonda e quella della mia congregazione per la bontà senza limiti che hanno mostrato i rappresentanti della Santa Sede e i capi della chiesa verso i nostri poveri fratelli».

Monsignor Marcone, scriveva in merito il suo segretario, «si sforzò di essere un elemento di equilibrio, di distensione e di pace (…). Con tutti difese i diritti della persona umana e quelli della religione (e soprattutto nella persecuzione contro gli ebrei) si rivelò il loro appassionato difensore. Molti ne sottrasse alla forca; molti istradò per regioni più pacifiche; molti beneficò anche materialmente. E di questo diuturno intervento gli furono sempre profondamente riconoscenti». Difatti, in più di una circostanza, non esitò a interporre i suoi buoni uffici presso le autorità governative per perorare la causa degli ebrei che, proprio in quel periodo, stavano subendo ignobili ed efferate vessazioni ad opera degli ustaša nei vari campi di concentramento.

Il 5 febbraio 1942, l’abate Marcone riuscì a farsi ricevere dal capo dell’Ufficio ordine e sicurezza, Eugen Kvaternik, ed espose, senza alcuna reticenza, l’idea che si era fatto del modus operandi degli ustaša, soprattutto nei confronti degli ebrei. In una nota scritta di suo pugno proprio in questa circostanza difatti leggiamo: «L’idolatria della forza è purtroppo un morbo che si ripete nella storia delle aberrazioni umane; ma quello che si dice verificarsi quotidianamente tra il popolo croato contro gli ebrei è qualche cosa di veramente spaventevole. Per questi poveri disgraziati non si adopera più che la forza brutale, senza alcun rispetto alla giustizia. Si entra nelle loro abitazioni, spesso lussuose, si occupa tutto, come roba di nessuno ed i miseri figli di Israello vengono, alle volte mezzo ignudi, trasportati come esseri pericolosi, nei campi di concentramento. (…) Il 5 febbraio 1942 fui ricevuto dal Kvaternik. Il giovane ustaša (conta 32 anni) mi venne incontro pieno di gentilezze e modi garbati. Dopo i soliti convenevoli mi invitò a sedere dicendomi: “Se siete venuto come amico Vi prego di dirmi tutto quanto sapete sul mio conto”. Io, che anche senza tale invito, avevo tutta l’intenzione di rimproverargli il suo barbaro modo di fare, col coraggio, di cui sono capaci solo i Ministri di quel Dio che vuole dai suoi seguaci la difesa della giustizia e della carità; ecco gli parlai: “Ho già conosciuto vostro padre e, più di una volta ho avuto occasione di parlare con lui, che mi sembra un buon cattolico, tanto diverso da voi… Eppure dice un proverbio “buon sangue non mente”. Voi purtroppo siete quell’eccezione che è sempre necessaria per confermare la regola… Ma è mai possibile che possiate vivere e dormire tranquillo dopo tanti e tanti efferati crimini che gravitano sulla vostra coscienza e che continuamente gridano vendetta al cospetto di Dio, giustissimo Giudice? Vi chiamano, anche in Italia, ove il vostro nome obbrobriosamente si spande e che si pente tanto di avervi, come a tutti gli esuli e gli infelici, aperto le braccia nel tempo del vostro esilio, vi chiamano, dico, il sanguinario, e, se è vero, come pare, quanto si dice di voi, voi, se non avete superato, certo molto bene avete eguagliato quel mostro umano: Nerone”».

Difatti, come scriveva egli stesso al termine della sua missione: «L’opera mia nel campo civile ebbe dei discreti risultati nella persecuzione contro gli ebrei. Salvai per lo meno i matrimoni misti, alleviai le sofferenze dei campi di concentramento a tanti infelici. Per una ventina di casi ho ottenuto la commutazione della pena capitale».

Quando poi circa 3.000 ebrei si insediarono nella zona italiana, il solerte visitatore apostolico immediatamente mise al corrente dell’accaduto la Santa Sede, che subito si attivò per contattare Mussolini il quale, grazie a questo interessamento, accordò il permesso agli ebrei di restare nel luogo dove si erano installati. Tuttavia, a distanza di alcuni mesi, le relazioni italo-tedesche in materia antisemita si arroventarono, in particolare dopo il 17 agosto del 1942 allorché, su esplicita richiesta dell’ambasciata tedesca di Roma, il duce si vide intimare la consegna degli ebrei che stazionavano nella zona di occupazione italiana della Jugoslavia e così, messo alle strette, il 21 agosto successivo Mussolini si lasciò coinvolgere nella dissennata politica delle deportazioni concepita da Hitler, dando il proprio assenso a questa operazione, pur sapendo il triste destino a cui andavano incontro gli ebrei croati.

Tuttavia, in seguito all’armistizio siglato dal governo Badoglio con gli alleati, la posizione dell’abate Marcone cominciò a diventare preoccupante; difatti durante la notte del 9 settembre, si verificò un episodio sconcertante, che vide per protagonista, suo malgrado, proprio il presule benedettino. In sostanza avvenne che, mentre si procedeva all’arresto degli ufficiali italiani e degli altri militari e civili, si cercò di estendere questa misura restrittiva finanche nei confronti dell’inviato del Papa. Il giorno dopo, tuttavia, le autorità governative croate si resero conto dell’abbaglio e subito si precipitarono dall’abate, guidati dal ministro degli Esteri Mile Budak per porgergli le scuse ufficiali a nome del Governo.

Il 7 maggio 1945, con il precipitare degli eventi, in seguito all’avvicinarsi dell’esercito popolare di liberazione capeggiato dal maresciallo Tito, anche Ante Pavelić fu costretto a lasciare precipitosamente la città preceduto dai suoi ministri, dagli alti gerarchi e dalla Polizia. Così, in una città deserta, alle ore 15 del giorno successivo, fecero ingresso a Zagabria le truppe titine.

A quel punto anche la situazione dell’inviato del Papa incominciava a farsi davvero critica; difatti, il 16 maggio fu arrestato, nella sua abitazione, il primate croato monsignor Stepinac che, tuttavia, fu rilasciato alle dieci in punto del 3 giugno successivo. La missione del visitatore apostolico in terra croata, pertanto, si concluse ufficialmente il 10 luglio del 1945 allorché, accompagnato dal segretario dell’arcivescovo Stepinac, padre Stjepan Lacković, fece ritorno in Italia, recandosi dapprima, il 15 luglio, presso la Segreteria di Stato, dopodiché — il 23 luglio — fece visita al ministro degli Affari esteri Alcide De Gasperi, prima di far definitivamente ritorno a Montevergine, dove giunse il 24 luglio successivo.

Da quel momento in poi, infatti, non fu più in grado di rimettere piede a Zagabria, in quanto il passaporto fu sequestrato dal consolato jugoslavo a Roma.

  Giovanni Preziosi
10 agosto 2011
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