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2011
finesettimana.org

Dialogo cristiani musulmani in Terra Santa

di Pierbattista Pizzaballa

in “Avvenire” del 7 agosto 2011

Nel Medio Oriente, il rapporto tra le fedi religiose è inquinato dal risvolto politico: il confine stesso fra religione e politica diventa molto evanescente quando ambedue si focalizzano sulle esigenze umane. Nel documento Kairos , che un gruppo di cristiani palestinesi che vivono nei territori occupati ha redatto insieme ad alcuni vescovi, destinato allo studio delle comunità cristiane della Terra Santa perché ne traggano linee di comportamento e di impegno, si trova scritto già nell’introduzione: «Non si tratta qui soltanto di una soluzione politica, ma piuttosto di una politica che distrugge la persona umana. E ciò concerne la Chiesa».

Il loro appello diventa così rivolto «ai nostri capi religiosi e politici, alla nostra società palestinese e alla società israeliana, ai responsabili della comunità internazionale e ai nostri fratelli e sorelle nelle Chiese di tutto il mondo». Il documento ha suscitato forti reazioni e continuerà a creare discussione all’interno della compagine ecclesiale di Terra Santa e forse non solo al suo interno. Se in esso si trovano affermazioni condivisibili, non tutti condividono invece le conclusioni, con l’invito al boicottaggio di Israele. Per molti è un documento politico che le Chiese, che non sono istituzioni politiche, non possono fare del tutto proprio. Inoltre, va detto che la maggioranza dei cristiani (circa il 60%), vive in Israele con prospettive e dinamiche che sono del tutto diverse rispetto a quelle di coloro che vivono nei Territori, per i quali il documento è pensato. Tale documento, tuttavia, è una tappa importante del cammino percorso dalle Chiese di Terra Santa, che non può essere ignorato. In questa regione, infatti, le religioni, sia che si incontrino o che si scontrino, acquistano sempre un risvolto politico, in uno scenario che per sua natura a tutto dà un significato politico.

Per dialogare bisogna conoscere bene la propria identità, fino a saperne rendere ragione, e bisogna desiderare di conoscere l’altro, cosa non semplice quando tante cose ci dividono e le difficoltà legate a queste naturali differenze vengono enfatizzate a scopo politico. Credo sia utile porsi alcune domande: quanti cristiani che vogliono dialogare con l’islam hanno «faticato» per questo nobile scopo? Hanno studiato un po’ di Corano, conoscono la storia della nascita e della diffusione di una religione che è seconda solo al cristianesimo? Sanno come vivono le popolazioni musulmane? Una particolarità che contraddistingue i nostri cristiani, i cristiani di Terra Santa, e che si è accentuata molto nel loro diventare piccola minoranza, è la connaturale conoscenza che essi hanno del grande mondo musulmano che li circonda. Con i musulmani essi condividono innanzitutto una lingua, con la quale hanno accesso al mondo dell’immaginario, ai proverbi che esprimono la saggezza popolare, al modo di comprendere e di spiegare le idee, i sentimenti, le cose. Non è poco. Un occidentale imparerà più facilmente l’arabo classico, l’arabo del Corano, che rimane invece per la nostra gente, una lingua per la preghiera, dalla quale resta distante l’espressione quotidiana della fede e della religiosità. I nostri cristiani vivono «silenziosamente» in un mondo che cinque volte al giorno viene radunato per la preghiera dalla voce del Muezzin: una preghiera che rappresenta qualcosa di più del folclore locale percepito dai pellegrini.

Essa diventa cultura. Certo, la imparano a memoria, così come alcuni musulmani che abitano lungo la Via Dolorosa a Gerusalemme imparano il significato e la preghiera che accompagnano la Stazione adiacente al proprio negozio o alla propria abitazione. I nostri cristiani si riferiscono a Dio con la stessa parola usata dai musulmani: Allah. Il ritmo delle feste, le spiegazioni delle letture coraniche che ne vengono fatte, scendono dai minareti nella stessa lingua dei cristiani.

Ed è curioso notare che il saluto «musulmano» sia la citazione evangelica «salam ‘alaykum» (la pace sia con voi), là dove i cristiani usano augurarsi «un giorno di bontà» al quale si risponde «un giorno di luce». «Condividere il lavoro, abitare negli stessi quartieri, vivere una solidarietà semplice e sincera: sono aspetti della vita comune che possono, senza alcun dubbio, rinforzare la conoscenza reciproca, l’amicizia, la mutua comprensione e il rispetto per la libertà di coscienza e di religione» (Giovanni Paolo II, Beirut, 30 maggio 1997). In quello scambio di aiuti che i cristiani e le Chiese possono donarsi, certamente i cristiani di Terra Santa possono offrirci l’esperienza di una plurisecolare convivenza in ambito musulmano, fatta di amicizia, di comune vivere e sopravvivere ad innumerevoli domini, stranieri, di resistenza comune contro la violenza, di comuni iniziative non violente che sempre più nascono per contrastare l’occupazione.

In questo panorama non si può tacere del grande ruolo che svolgono le scuole cristiane. In particolare, mi riferisco all’esperienza che conosco meglio, quella delle scuole cattoliche. Ogni convivenza, e qui si tratta di progettare e/o riprogettare una convivenza fra cristiani e musulmani, si basa sulla conoscenza, sul rispetto, sulla tolleranza, sul dialogo reale, costante e sincero. Alla base dell’indispensabile e impegnativa (faticosa) «conoscenza» di se stessi e dell’altro sta la formazione. E la formazione è il fine ultimo della scuola. La Custodia di Terra Santa si assume annualmente un onere molto grave – si supera il milione di dollari, escludendo le spese relative agli edifi ci scolastici – per permettere a 10.600 allievi di frequentare le proprie scuole. In Israele/Palestina i cristiani contano ormai una presenza vicina al 2% della popolazione totale, ma le scuole cristiane accolgono il 4% della popolazione scolastica della Terra Santa. Attualmente ci sono un totale di 35 scuole cattoliche che accolgono complessivamente 37.500 allievi (con una presenza femminile più alta di 1.500 unità su quella maschile) e rispondono a questo impegno formativo, oltre al Patriarcato latino, diversi ordini religiosi. L’Università cattolica di Betlemme è retta dai Fratelli delle Scuole Cristiane. La particolarità più evidente di questo impegno educativo è l’universalità: nelle scuole cristiane in Israele il 62% degli allievi è cristiano, il 38% è musulmano; in Palestina i cristiani diventano il 46%, mentre il 54% dei frequentanti è musulmano. Fino al 1948 le scuole cristiane erano frequentate anche da allievi ebrei, cosa che ora non si verifica più, tranne rare eccezioni. Un secolo di convivenza tra cristiani e musulmani nelle scuole dei frati – senza dimenticare la passata ed attuale (piccola e circoscritta) presenza ebraica – testimonia che è possibile una reale convivenza tra cristiani e musulmani nella difficile situazione della Terra Santa. Non è solo questione di cameratismo, di amicizia, del fatto di condividere la lingua e la sofferenza derivante dalla stessa condizione sociologica: possiamo dire che, nel caso delle scuole e dell’importante ruolo che esse ricoprono, la religione non è motivo di separazione.

Gli studenti che sono stati insieme nelle scuole cristiane, continuano a rispettarsi e ad essere tolleranti quando frequentano l’università, quando affrontano i problemi del lavoro e della vita familiare. La «fatica» che si fa a conoscersi, porta frutto.

L’educazione alla comprensione reciproca insegna ad accettare e anche a valorizzare le differenze, a saper convivere nella differenza. La scuola diventa luogo di dialogo interreligioso e contribuisce in modo concreto alla pace in Medio Oriente.

La scuola è, per eccellenza, il luogo per continuare ad insegnare e a testimoniare questa volontà di dialogo, formando giovani capaci di un futuro diverso, un futuro da vivere insieme. La capacità di stupirsi, che tanto ammiriamo nell’infanzia, è un dono che diventa un tesoro prezioso quando riesce a mantenersi intatto attraverso le prove della vita. A volte l’Europa sembra davvero un «vecchio continente» che ha perso la capacità di accogliere la novità, di guardare con curiosità ciò che è strano e diverso, di stupirsi davanti al vero, al buono e al bello, quando sono fuori dagli schemi!

Eppure ognuno di noi ha fatto l’esperienza, anche solo dovuta alla casualità di un incontro, di essersi «lasciato sorprendere dallo stupore» e di ritrovarsi più ricco, quasi felice nel dire a se stesso: «Ma sì, guarda cos’è riuscito ad insegnarmi quel tale che consideravo nemico, “altro”». Lasciarsi andare a fare il primo passo è forse parte di quel «ritornare bambini» che Gesù ci ha così calorosamente raccomandato.

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