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2011
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La “casa dell’amicizia” dei Santi Marta, Maria e Lazzaro

Betania, 29 luglio 2011

Ai tempi di Gesù, come oggi, Betania – per gli arabi el ‘Azariya (paese di Lazzaro) – sarà stata un piccolo villaggio poco distante da Gerusalemme, situato dalla parte del Monte degli Ulivi, lungo la strada che scende verso Gerico. Un villaggio immobile, quasi sospeso, già lambito dal deserto, come ne esistono ancora tanti in queste regioni della Palestina.

Eppure qui, in questo luogo in apparenza privo d’attrattiva, era custodito un grande tesoro che Gesù stesso ha gustato e il cui ricordo è arrivato fino a noi. Vi si trovava infatti la casa di Marta, Maria e Lazzaro, “la casa dell’amicizia”, come l’ha definita questa mattina fra Marcelo Cichinelli nell’omelia della S. Messa solenne celebrata nella chiesa francescana costruita dall’architetto Antonio Barluzzi. Il Card. Giovanni Coppa, Nunzio Apostolico emerito in Repubblica Ceca, è intervenuto come concelebrante, onorandoci con la sua partecipazione.

Un’altra S. Messa, più raccolta, è stata celebrata da fra Silvio De la Fuente questa mattina presto, alle 6.30, nel luogo della tomba di Lazzaro, che dista una cinquantina di metri dalla chiesa.

Al termine delle celebrazioni, dopo un semplice momento conviviale, si è tenuta la tradizionale processione che, scandita dalla lettura di brani del Vangelo, canti e preghiere, è partita dalla zona antistante il sepolcro di Lazzaro ed è proseguita per il Monte degli Ulivi, con soste all’Edicola dell’Ascensione del Signore e alla Chiesa del Padre Nostro.

La ricorrenza di oggi è particolarmente cara alla comunità francescana, poiché furono proprio i Francescani ad introdurre per primi, nel 1262, la festa di S. Marta, esattamente 8 giorni dopo la festa di S. Maria Maddalena, per molto tempo erroneamente identificata con Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro. Ma è una festa vicina al cuore di tutti, un evento che fa memoria di un’esperienza a cui ogni uomo aspira e di cui neppure Dio si è voluto privare nella Sua vicenda terrena, ossia l’amicizia.

Nell’umile casa di Betania, lontano dal clamore degli eventi, il “Gesù pellegrino” che non possiede nulla, che non ha neppure “dove posare il capo” (Mt 8,20), è accolto come amico, trova la sollecitudine che vuole donare tutto di Marta e l’ascolto silenzioso e assorto di Maria, che cerca con tutta se stessa la Verità e sente di sfiorare, accanto a Gesù, le “cose ultime”, la soglia intima di quel monologo che ciascuna persona conduce con l’Assoluto.

In questo contesto la propensione alla vita attiva di Marta e quella alla vita contemplativa di Maria solo apparentemente si contrappongono. In realtà, queste due attitudini si compenetrano e si armonizzano in un unico modello, poiché, osserva Jacques Maritain, sulla strada verso la perfezione dell’amore “l’azione è sovrabbondanza della contemplazione”. Lo stesso San Francesco volle che i fratelli imparassero a far sintesi di vita attiva e contemplativa, risolvendo la polarità, come nella casa di Betania, attraverso l’educazione alla sobrietà di vita. L’amicizia di Marta, Maria e Lazzaro con Gesù, infatti, è essenziale non soltanto perché rinvia alla dimensione soprannaturale che la sostanzia, ma anche perché attinge l’essenza dei soggetti che vi partecipano, rendendo disponibili risorse spirituali e affettive insperate. Chi cerca l’essenziale non può che votarsi alla sobrietà, perché l’essenziale è per sua natura spoglio di orpelli inutili, rigoroso, ordinato, impegnativo; è il sussulto dell’umano, il sigillo del patto d’intimità e di mutua responsabilità stretto con Dio.

“Gesù amava molto Marta, sua sorella e Lazzaro” (Gv 11,5). È “l’amore folle” di Dio per le sue creature, un amore così perfetto da essere nel contempo “personale” e “universale”, un’amicizia così pura da diventare assoluta com-passione. Gesù sperimenta, nella famiglia di Betania, “l’amore grande” che dà fiducia nel mondo e che spezza l’assurdità e la solitudine e viene a sua volta, paradossalmente, a dare una speranza definitiva alla morte di Lazzaro, a consolare per sempre il pianto delle sue sorelle davanti al sepolcro.

Una vicenda così umana e così grande accade in una sperduta casa di Betania. Come sono vere le parole di Archibald J. Cronin, che nel suo romanzo Le chiavi del Regno dice: “Non pensate che il Paradiso sia nel cielo, è nel cavo della vostra mano, è dovunque, è non importa dove”.

Testo di Caterina Foppa Pedretti
Foto di Giovanni Zennaro

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