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2017
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La Custodia di Terra Santa oggi: Fr. Bahjat a sostegno della gente di Damasco

800 anni sono trascorsi dall’arrivo dei frati in Medio Oriente e dagli esordi di questa avventura molte cose sono cambiate. Non sono cambiati però l’impegno e la dedizione con cui, da 800 anni, i frati custodiscono i luoghi santi e operano a favore della popolazione locale. Per questo, per capire che cosa è oggi la Custodia di Terra Santa, bisogna partire proprio da loro e dalle loro storie: vengono da tutto il mondo e da diversissimi paesi e ognuno di loro ha una specifica missione.

Fr. Bahjat Karakach è un frate siriano di 41 anni che da non molto serve nel convento dei francescani a Damasco, in Siria. Dopo anni di assenza, ha trovato il suo Paese completamente cambiato dalla guerra. Nonostante le difficoltà, ogni giorno è a fianco dei siriani per dare loro aiuto materiale e spirituale.

Partiamo dal principio. Come è nata la tua volontà di diventare frate?
All’origine la mia vocazione è cominciata con un incontro col Signore quando avevo 20 anni, che mi ha cambiato la vita. È stata una svolta nella mia fede. Sentivo l’esigenza di rispondere a questa esperienza, all’amore di Dio, non riuscivo a trattenerlo per me stesso. C’è stato poi un cammino di discernimento un po’ faticoso che è durato quattro anni e mi ha portato a una scelta definitiva di consacrazione. Io credo che il Signore colpisce ognuno con una freccia diversa. Non credo che una persona debba confrontare gli ordini religiosi per sceglierne uno. La storia della vocazione è intrecciata nella nostra storia personale. Per cui, il fatto di essere cresciuto dai frati francescani fa sicuramente parte del piano del Signore.

Come hai conosciuto la Custodia di Terra Santa e quale è stato il tuo percorso dalla vocazione a oggi?
La Custodia è presente in Siria e quindi faceva parte della mia realtà. Da adolescente, sono cresciuto con i frati francescani e la mia vocazione è cresciuta anche lì, silenziosamente. Mi sono ritrovato dentro a questa realtà senza ricercarla.
Sono entrato nella Custodia nel 2001, ho fatto la mia formazione in Italia e poi ho servito la Custodia in Italia per 5 anni, dove sono stato maestro dei postulanti.
Io sono siriano, di Aleppo, ma per me questo è il secondo anno di servizio nel mio paese.

Qual è la tua specifica missione?
Attualmente, sono il guardiano e il parroco del convento della Conversione di San Paolo a Damasco. Qui siamo in cinque frati divisi in tre comunità e abbiamo due parrocchie e due santuari. La mia parrocchia è abbastanza vivace e ha molte attività. Oltre al lavoro strettamente pastorale con le famiglie di rito latino, qui a Damasco c’è una realtà ecumenica quindi la nostra chiesa è anche frequentata da persone di rito orientale. Poi ci sono gli scout, il centro di catechismo, un gruppo di araldini (spiritualità francescana per i bambini), un gruppo di disabili, un gruppo di famiglie, di donne. Quindi vari gruppi che fanno riferimento alla nostra chiesa e che ci hanno seguiti nel loro cammino spirituale e nelle loro attività sociali, lavorative.

Com’è la tua vita in Siria oggi?
Ho lasciato la Siria nel 2000 e sono tornato un anno fa. Sicuramente mi sono ritrovato in una realtà molto diversa da quando l’ho lasciata. La società ha subito traumi molto grandi, per cui intere zone sono cambiate, famiglie intere sono scomparse o perché sono emigrate o perché si sono spostate all’interno del paese.
Le difficoltà si incontrano ogni giorno e si vedono avvicinandosi alle persone. Sono evidenti le conseguenze gravi della guerra: la disgregazione delle famiglie, la fuga dei giovani e dei professionisti, la povertà, la mancanza di educazione, i traumi psicologici. Noi frati cerchiamo di fare tutto il possibile materialmente e spiritualmente. Dal punto di vista materiale, dall’inizio della guerra abbiamo iniziato a sostenere le famiglie cristiane e nell’ultimo anno abbiamo ampliato questi aiuti umanitari. Li abbiamo aperti non solo alle nostre famiglie di rito latino, ma a tutti: gli orientali, i musulmani. È anche un segno di riconciliazione.
Tutto questo, lo facciamo grazie all’impegno dell’ATS Associazione Pro Terra Sancta che sostiene i progetti d’emergenza . Sono stato eletto parroco qui ad Ottobre 2016, quindi non è passato tanto tempo, ma in questi ultimi mesi, abbiamo sentito il bisogno di portare avanti progetti di sviluppo. È importate non solo il sostegno materiale, per cui stiamo preparando un progetto che dia un lavoro alle persone; come frati abbiamo anche iniziato tre mesi fa un progetto di sostegno psicologico ai bambini traumatizzati, attraverso il gioco. È un progetto curato da specialisti e che dura tre mesi. Cerchiamo anche di lavorare nel campo dell’educazione.

Che cosa anima quotidianamente la tua missione e la tua vita spirituale?
Sono sicuramente la preghiera e il contatto con Dio che mi danno la forza, ma anche la comunità, il lavoro fatto insieme. Io credo molto in questo. Il fatto di condividere con i fratelli le difficoltà, ma anche le gioie, dà molto sostegno. Proprio per questo, abbiamo costituito una commissione e ci incontriamo settimanalmente per progettare insieme tutto ciò che facciamo, soprattutto nel campo degli aiuti e dei progetti umanitari. Sicuramente, questo mi fa sentire che non sono solo, perché la solitudine è la cosa più difficile, mentre lavorare insieme dà la forza a ciascuno di noi.

Quali sono le più grande ricchezze e gli ostacoli maggiori sul tuo cammino di frate?
Le difficoltà personali sono di riadattarmi ad una situazione nuova, dove anche le relazioni in un contesto di tensioni sono diverse. La società non è più quella di una volta. Incontro difficoltà pratiche, anche semplicemente per spostarmi. Non è facile qui, in una città piena di check-point sulle strade fuori, tra le città. C’è anche la difficoltà del mio tempo, che devo consacrare per 80% all’aiuto umanitario, mentre il lavoro pastorale e spirituale è un po’ dimenticato. Avrei voluto dare di più al livello spirituale, ma la gente, oggi, è pressata molto di più da questi bisogni, quindi c’è anche la difficoltà di far capire cosa è la Chiesa. Pur dando un sostegno materiale ed economico, la Chiesa non è solo questo, ma è anche un luogo dove la comunità vive e cresce insieme.
Le mie ricchezze sono la bontà di molte persone, il loro aiuto, la loro fede, la loro perseveranza, tutto quello che vedo intorno a me. Non dobbiamo sottovalutare la vita quotidiana dove, malgrado tutte le difficoltà della guerra, ci sono giovani e ci sono persone che danno tempo ed energia per il bene degli altri, della Chiesa. Questo è un fatto quotidiano, ma non deve essere sottovalutato perché è ordinario.
Se vogliamo parlare di atti un po’ eccezionali, ho in mente alcune persone e testimonianze. Ad esempio, ho amici ad Aleppo che prima della guerra hanno aperto una scuola per i sordomuti. Hanno dato del loro tempo anche con tantissime difficoltà, ma avevano la possibilità di lasciare tutto ed andarsene in un posto più agiato. Hanno scelto di rimanere, pur avendo bambini piccoli. Dunque hanno rischiato la vita anche dei loro bambini. La scuola, pur essendo in una zona molto minacciata ad Aleppo, è l’unica rimasta nella città per i sordomuti. Ogni volta che li incontro, mi danno molto ottimismo ed energia.

Un messaggio per un giovane in discernimento?
Nell’amore, non ci sono certezze matematiche. Non si ha mai la certezza di avere una vocazione specifica. Bisogna saper rischiare la vita, attratti da una bellezza. Io credo che si debba pensare alla bellezza della vita da frate e, se questa bellezza è sufficiente, allora si riesce davvero a rinunciare a qualche cose per essa. Se invece il cammino è concepito solo come una rinuncia, un dubbio, una sofferenza, sicuramente non è la strada giusta.

N.S. – B.G.

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