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2016
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Conoscendo il romitaggio del Getsemani

Spunta appena una punta di luce all’orizzonte, quando inizia la vita nella Basilica del Getsemani. Nella chiesa, situata ai piedi del monte degli Ulivi, fra Diego e altri quattro frati si riuniscono alle sei di mattina per la messa e le lodi. L’aria di forte spiritualità che si respira è la stessa di altri santuari della Custodia di Terra Santa, ma qui ci si sente, forse, un po’ più vicini a Gesù. La particolarità di questo luogo è rappresentata, infatti, dalle rocce su cui è costruito l’edificio: le stesse su cui Gesù pregò nell’ora della Passione e che videro sgorgare le sue gocce di sudore e sangue. Qui, elevare a Dio le proprie suppliche e ascoltare la sua voce assume un significato diverso. È scegliere lo stesso luogo che scelse Cristo per parlare con il Padre e rispondere all’invito che fece ai suoi discepoli: «Restate e vegliate con me».

Proprio con l’intento di offrire uno spazio per il silenzio e la preghiera, la Custodia di Terra Santa ha aperto ai pellegrini il romitaggio del Getsemani, situato poco più in alto rispetto alla Basilica. Non è un qualunque spazio di transito, ma un luogo dove fermarsi a guardare la propria vita alla luce di Dio. Fra Diego lo gestisce dal momento della morte di Padre Giorgio, francescano scomparso nel 2009 che volle per primo la costruzione degli eremitaggi, al posto di piccole vecchie stalle. Coloro che sono ospitati qui vengono chiamati eremiti e viene data loro una stanza dotata di bagno e fornelli, in modo che possano rimanere autonomi per tutta la permanenza. Lasciare spazio all’ascolto, restare da soli, rispettare il silenzio sono, infatti, le prerogative della vita al romitaggio.

«Vivere qui significa capire pienamente le parole del Benedictus: “per la grande misericordia del nostro Dio ci visiterà un sole che nasce dall’alto”», racconta fra Diego. Dopo la messa, infatti, il sole è già sorto ma il santuario è ancora all’ombra del monte. La luce tocca prima le croci del Santo Sepolcro, dalla parte opposta del romitaggio dietro le mura della città, e poi si propaga piano dall’alto delle mura fino a raggiungere le rocce del Getsemani.

Intorno ai piccoli alloggi degli eremiti, si estende uno splendido giardino con alberi di ulivi e fiori. Al suo interno si trovano la stanza comune e la sala della Lectio continua, l’appuntamento delle ore otto in cui si medita su un brano della Sacra Scrittura. Il pomeriggio è scandito, invece, dall’adorazione del Santissimo in cappella alle 17.30 e poi dai Vespri alle 18.30. Per chi voglia rendersi utile è possibile anche collaborare con lavori pratici per il mantenimento del santuario. Si propone, quindi, uno stile di vita semplice che punti ad avvicinarsi a Gesù nel momento in cui mostrò di più la sua umanità. Uno stile animato dallo stesso sentimento di San Francesco, quando diceva: «Vorrei percorrere le vie del mondo piangendo la Passione del mio Signore».

Oltre alla fraternità dei Francescani e a fra Diego, il romitaggio si regge grazie al servizio di Teresa Penta che si occupa di accoglienza agli eremiti e di gestione delle stanze e del giardino. Teresa, secolare di origine pugliese a Gerusalemme da quattro anni, ha pronunciato la sua professione solenne il 7 ottobre scorso. Vestita di bianco e alla presenza di genitori, amici e religiosi, ha chiesto di “seguire Gesù Cristo, il Signore, per mezzo di Maria come consacrata secolare, mediante la professione perpetua nella Comunità Mariana – Oasi della Pace”. Dopo essersi prostrata a terra per le litanie, si è inginocchiata davanti alla Superiora, Madre Maria Valentina di Gesù nel Getsemani, e ha pronunciato la formula dei voti. A presiedere la cerimonia Giuseppe Lazzarotto, Nunzio Apostolico in Israele e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina.

Come racconta Teresa Penta, il Getsemani è un luogo che richiama molti pellegrini ogni anno. L’attrazione che esercita è stato il motivo del suo viaggio in Terra Santa, che l’ha portata poi ad impegnarsi nel servizio al romitaggio come una seconda chiamata, dopo quella alla vita consacrata: lasciare tutto per donarsi completamente al Signore. Nel caso di Teresa, seguire Gesù al Getsemani ha significato abbandonare il lavoro nel suo asilo di Monopoli, l’attività nella parrocchia di origine, la sua nazione e la sua famiglia. Nel caso di chi si reca per brevi o lunghi periodi, significa rinunciare alla frenesia, alla velocità, al rumore, per dare spazio ad una voce più importante. Perché – come dice fra Diego – «Abbiamo costruito sopra la roccia, ma è alla Roccia che dobbiamo ritornare».

Beatrice Guarrera

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