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2015
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Ero forestiero e mi avete ospitato

Sabato 17 gennaio la Giornata Internazionale dei Migranti, celebrata nella Parrocchia di Sant’Antonio di Giaffa, è stata festeggiata dagli innumerevoli emigrati cattolici presenti in Israele.
Sono arrivati a piccoli gruppi, vestiti a festa, felici di ritrovarsi per la giornata loro dedicata. Libanesi venuti dal Nord d’Israele, Filippini da Gerusalemme, Srilankesi, Eritrei, Indiani e Africani da Tel Aviv. C’erano tutti!

La Messa, presieduta da Padre David Neuhaus, Vicario patriarcale per i Migranti, è stata concelebrata da numerosi sacerdoti, tra loro: il Parroco, Fra Zaher Abboud ofm, Padre Tojy Jose ofm, Padre Dharma Pichai ofm, Padre Medhin, Padre Peter e Padre Marco.
Come ha spiegato Padre Zaher, la Parrocchia, accoglie numerosi migranti: « Per meglio servirli nella vita quotidiana e spirituale, la Custodia ha chiesto aiuto ai frati francescani della stessa cultura. Infatti, ci sono due sacerdoti indiani, un filippino, Padre Carlos (ora nelle Filippine per il viaggio del Papa), un africano…. Ciò consente di comprendere meglio i fedeli e accompagnarli con più attenzione in caso di difficoltà». Questa Chiesa così diversa, composta da varie lingue e culture, si è espressa durante la lettura delle intenzioni nelle lingue: konkani, tagalo, tigrinya e malayalam, senza dimenticare il cingalese, lo spagnolo, l’arabo, l’ebraico e l’inglese! Differenti culture e differenti lingue sono riunite dalla stessa fede in Gesù, salvatore dell’umanità.

Il Vangelo di Matteo era particolarmente adatto all’occasione: « Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi.» (Mt 25, 35-36).
Dio è presente là dove sono i più deboli e la Chiesa non li dimentica: lo stesso giorno, nelle Filippine, Papa Francesco si è recato a Tacloban con i superstiti del tifone Haiyan.

Come dichiarato da Padre David Neuhaus: « Lo scopo della giornata è di celebrare la grande ricchezza che tutte queste culture apportano alla Chiesa e, contemporaneamente, coltivare la coscienza della nostra unità. Siamo in comunione con la Chiesa universale, con le famiglie rimaste nei vari Paesi e con Papa Francesco, in viaggio in Sri Lanka e nelle Filippine ».

Chiarendo inoltre che: « La maggioranza degli emigranti in Israele sono lavoratori che hanno lasciato la loro famiglia e il loro Paese per un salario più alto. Ci sono 50.000 rifugiati non censiti, senza alcun diritto, le popolazioni dell’Eritrea, gli illegali, ma tra loro si contano pochi cattolici».

Rosa testimonia: « Da vari anni ho lasciato l’India e la mia famiglia per lavorare qui. Sono venuta da sola, mio marito e i miei figli mi mancano tanto, ma Dio è sempre con me. Rientro per vederli circa ogni diciotto mesi. I miei datori di lavoro sono veramente disponibili e la comunità indiana è molto unita; ci aiutiamo reciprocamente. I pellegrinaggi che facciamo nei Luoghi Santi con la Parrocchia sono momenti di ricarica. Anche se – prosegue emozionata – la mia famiglia mi manca davvero tanto!».

La celebrazione, animata dalle corali di diverse regioni del mondo, è terminata in un’atmosfera molto festosa. Una processione condotta da un gruppo ge’ez – con danze e canti natalizi accompagnati da strumenti tradizionali – si è diretta verso la sala della vicina scuola. Questi cattolici eritrei orientali, che seguono il calendario ortodosso che festeggia Natale il 6 gennaio, stanno ancora festeggiando la gioiosa nascita di Cristo. L’assemblea si è raccolta per applaudire piccoli spettacoli presentati da ogni gruppo. Danze, canti, mimi… i giovani filippini hanno mimato la guerra, un flagello da cui sono fuggiti in tanti.

Hidrimariam – eritreo di rito ge’ez, rifugiato in Israele per fuggire le persecuzioni nel suo Paese – spiega: « La giornata dei migranti ci permette di incontrare altri migranti che vivono in Israele e presentare le nostre tradizioni. Una vera fortuna! ».

La festa ha permesso di valorizzare la bellezza e il dinamismo degli emigranti: « Siamo rifugiati, il nostro presente e il nostro futuro sono precari, ma siamo molto felici di essere riuniti oggi, in comunione con i rifugiati del mondo intero, per vivere un momento di preghiera e di unità come Chiesa. Se condividiamo le nostre sofferenze, è anche importante condividere le nostre gioie », conclude Hidrimariam.

Hélène Morlet

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