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2014
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Siamo uniti in un’unica ferita. La preghiera per i Cristiani d’Oriente

Al ritmo grave del tamburo, una croce nera ha attraversato la chiesa di San Giacomo di Beit Hanina. Venerdì sera, I° agosto, la chiesa era stracolma, più di 500 persone, tra cui numerosi giovani e famiglie, hanno risposto all’invito della Parrocchia latina di Gerusalemme: «Venite a pregare per la pace e per i nostri fratelli perseguitati in Oriente». Dietro la croce nera dei martiri, due colombe e un pannello, posto accanto alle bandiere siriana, irachena e palestinese, con scritto: «Siamo uniti in un’unica ferita».
Nell’ondata di preghiera che, giorno dopo giorno, si sta diffondendo in Medio Oriente e nel mondo, Mons. Shomali, insieme a Fra frati Feras e Fra Haitham, ha presieduto la Messa celebrata per questa particolare intenzione. Anche il Nunzio Apostolico, Mons. Giuseppe Lazzarotto, ha partecipato in segno di solidarietà con tutta la Chiesa.
La preghiera è stata accompagnata con fervore dai bei canti del Jerusalem Knights Choir. Nell’omelia, Mons. Shomali non ha accennato alla politica, ma ha annunciato: «Vengo a parlarvi di misericordia e di Pace». Riprendendo le parole pronunciate da Papa Francesco allo Yad Vashem lo scorso maggio e la storia biblica dei due fratelli, Caino e Abele («Dov’è Abele, tuo fratello? Che hai fatto? » ), il Vicario ha invitato l’assemblea a riflettere sui disastri provocati dall’odio. Dio è misericordioso e Gesù è venuto per mostrare all’uomo come diventare misericordioso. Se vogliamo essere intransigenti, incominciamo dal nostro peccato e dal nostro rifiuto di guardare all’altro come a un fratello, anche se per un periodo storico è nostro nemico. «Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia», ha concluso Mons. Shomali. La sensibilità verso i miseri e i sofferenti è fondamentale, ma non c’è pace senza perdono. Questo il suo forte messaggio.
Al temine della celebrazione, Padre Feras ha invitato i fedeli ad adorare l’Eucaristia. Questo Santo Sacramento, nel 1241 ad Assisi, respinse l’attacco dei saraceni al Convento di San Damiano. «Santa Chiara, gravemente malata, si alzò e pregò mostrando l’ostensorio agli aggressori, che caddero accecati e fuggirono». La veglia si è conclusa con queste parole che invitavano i presenti a pregare con convinzione e coraggio.
«Sono venuto per dire la mia solidarietà ai miei fratelli cristiani. Anche se non li conosco, so cosa significa perdere persone care in guerra. Di fronte all’impotenza, ci rimane la preghiera», ha dichiarato Nader, fedele di Beit Hanina. Anche, Roula, circandata dai suoi figli, ha dichiarato: «Questa sera sono venuta per dimostrare ai miei figli che essere cristiani vuol dire far parte di una grande famiglia, una famiglia che va aldilà della nostra Parrocchia, per testimoniare che i palestinesi non sono i soli a soffrire».
Un messaggio che Papa Francesco, dalla sua elezione, non cessa di ripetere: «In alcuni Paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o possiedono una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Questo è l’ecumenismo del sangue.» (dicembre 2013).
Fra Haitham, di nazionalità irachena, fa eco a questo ecumenismo del sangue: «Il mio cuore è ferito per non dire trafitto. Ma non mi sento solo, poiché sono circondato dai miei parrocchiani palestinesi. La veglia di questa sera, organizzata dalla gioventù francescana mi ha commosso. È all’opera una vera dinamica del cuore e della preghiera: la speranza è che possa essere esaudita!»
E.R

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