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2013
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La mia prima Pasqua in Terra Santa

Le celebrazioni della Settimana Santa si sono appena concluse e per alcuni giovani frati sono state un’esperienza incredibile, davvero unica.
La gioia li ha pervasi sin dall’inizio delle celebrazioni, quando, agitando le mani al ritmo della chitarra, sono discesi cantando lungo il declivio del Monte degli Ulivi nella Processione della Domenica delle Palme, fino a quando la gioia è culminata nella celebrazione della Resurrezione e dell’Apparizione pubblica di Gesù presso Emmaus. Il cammino che ha unito questi due eventi, densi di significato, si è snodato tra la Lavanda dei Piedi del Giovedì Santo, la Crocefissione e la Morte il Venerdì Santo e l’accensione simbolica del fuoco eterno del Sabato Santo. Una teoria di celebrazioni che ha di certo lasciato un segno in tutti coloro che per la prima volta hanno vissuto l’esperienza della Pasqua in Terra Santa.
“E’ stata un’esperienza meravigliosa”, racconta frate Eduardo Gutiérrez, che ha appena terminato le celebrazioni liturgiche, davanti la porta della basilica di Emmaus. “In questi giorni così importanti e carichi di significato, abbiamo voluto essere qui, in Terra Santa”, prosegue. Per Eduardo, arrivato dal Messico sei mesi fa, è estremamente importante “partecipare attivamente a tutte le celebrazioni liturgiche”, ed è proprio quest’attiva partecipazione che ha fatto maturare in lui una comprensione più profonda, donandogli un senso di maggior comunione con Dio. “Essere qui, in Terra Santa, ha confermato e rafforzato nel mio cuore la mia scelta vocazionale di francescano”, aggiunge, dopo aver precisato quanto sia stato comunque difficile lasciare la sua terra e soprattutto la famiglia e gli amici. “Qui, però, ho incontrato una nuova famiglia, ho scoperto una nuova patria”, conclude, mentre parte di corsa per prendere il minibus che lo riporterà a Gerusalemme.
Pensieri e sensazioni simili ci vengono confidati anche da un altro religioso che durante le celebrazioni ha alloggiato presso la foresteria del convento di San Salvatore. Originario dell’India, il sacerdote carismatico Paresh Parmar ha trascorso per la prima volta la Pasqua in Terra Santa. “Quest’esperienza mi ha trasformato, mi ha cambiato nel profondo dell’anima”, racconta nel giardino Sant’Elena. “Ho provato un grande senso di umiltà … tanto che il Venerdì, presso il Sepolcro del Signore, ho quasi perso conoscenza”, spiega, aggiungendo di aver provato, in quel momento, quasi un senso di estasi. “Inoltre, dopo queste celebrazioni, la liturgia ha assunto per me un nuovo significato: si è fatta più autentica”, conclude. La cosa più importante della Pasqua, ricorda il sacerdote, è l’esperienza individuale del processo di trasformazione attraverso la catarsi della Passione, della Morte e della Resurrezione di Gesù. “Da quel momento, io mi sono sentito rinnovato e spero di poter testimoniare alla mia comunità il cambiamento che qui a Gerusalemme è avvenuto in me », conclude, con le valigie già pronte per rientrare nel suo Paese, l’India, dove i cristiani sono solo il 2,5%: un numero apparentemente piccolo che rappresenta tuttavia 30 milioni di persone su una popolazione totale di 1.240 milioni.
Per Ivaldo Evangelista, che da due anni ormai ha lasciato la natale Mendoza, questa è stata la seconda esperienza in Terra Santa: seconda, ma non per questo meno meravigliosa e intensa della prima. “Dobbiamo davvero considerarci dei privilegiati pensando ai tanti cristiani nel mondo che non hanno avuto l’opportunità di celebrare la Pasqua qui, dove si concentra la sacralità di tutti i luoghi sacri del mondo. Al contempo, tuttavia, questo privilegio ci chiama a una responsabilità più grande, ci chiama a metterci ancor più al servizio del prossimo”. Egli insiste sull’idea che celebrare la Pasqua in Terra Santa è un privilegio ed auspica l’aumento del numero dei pellegrinaggi. Il suo Paese, il Brasile, con i suoi 150 milioni di cattolici circa è il Paese con il maggior potenziale cristiano. Per Ivaldo l’essenziale è “non smarrire il senso di comunità cristiana, perché, contrariamente a quanto avviene in America Latina, qui in Medio Oriente noi rappresentiamo solo una piccola minoranza ed è per questo ancor più importante per noi testimoniare, soprattutto in questi giorni carichi di significato, il nostro essere comunità viva”.
Agostinho Matlavela, alla sua terza Settimana Santa a Gerusalemme, è ormai un “veterano”, ma ancora lo sorprende assistere all’esperienza dei “novellini”. “Vedo come la vivono e ricordo com’ero io la prima volta, tutto un turbinio di emozioni e di sentimenti”, spiega prima di scattare qualche fotografia della basilica di Emmaus. “La transizione dal Calvario al Sepolcro ispira una sensazione indicibile che fa sgorgare in noi la sofferenza di Gesù”, prosegue invitandoci a condividere tale sofferenza e, al contempo, incitandoci a condividere anche la gioia e il gaudio che nascono dalla Resurrezione, fonte di speranza in questo momento storico caratterizzato da crisi (politica e istituzionale, economica e finanziaria, morale e dei valori) e da incertezza.
Le celebrazioni della Pasqua “devono farci tornare all’epoca in cui Gesù era qui, per ascoltare le Sue parole e seguire il Suo esempio”, continua Agostinho, che è arrivato tre anni fa dal Mozambico. “Noi tutti che siamo venuti qui, incarniamo i due apostoli che videro Gesù resuscitato qui a Emmaus, perché in realtà il Vangelo è parola viva”, conclude, sottolineando l’importanza della missione individuale che spinge ognuno di noi a testimoniare al resto del mondo, proprio come i discepoli di Emmaus, che il messaggio di Gesù non è morto, bensì è vivo dentro i nostri cuori e si manifesta in ogni nostra azione e opera.

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