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2012
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Un mese a Betlemme, per vivere con i piccoli della Terra Santa

Cristina, poco più di vent’anni, ha passato un mese con i piccoli di Betlemme, aiutando le suore dell’asilo della Società Antoniana e quelle dell’Hogar, che gestiscono una casa per bimbi disabili. Gli stessi bimbi che ATS pro Terra Sancta aiuta nell’ambito del progetto “Betlemme e i bambini di Terra Santa“. Una volta tornata a casa, ripensando all’esperienza vissuta, Cristina ci racconta:

“Volevo vivere un po’ a Betlemme, per cercare di capire qualcosa di più sulla situazione israelo-palestinese, dopo aver letto articoli, libri, volevo provare a guardare un po’ io, immergermi un po’, viverci, esplorare. E mi pareva che cercare allo stesso tempo di rendermi utile – per quello che si può fare in così poco tempo, in cui appena ti inserisci è già ora di ripartire -, potesse dare valore al viaggio, aiutarmi a soffermarmi sulle persone, a stare con le persone. Ecco, per questo avevo scritto a Suor Lucia del Caritas Baby Hospital, che poi mi ha indirizzato ad ATS pro Terra Sancta.
Ci tenevo molto a fare questa esperienza, avevo fantasticato un po’ su come sarebbe stato, senza però sapere bene cosa aspettarmi… E arrivata a Betlemme, all’inizio è stata tutta una scoperta, un meravigliarsi e un indignarsi per la prigionia e per le famiglie divise dal muro, il controllo israeliano sull’acqua, i coloni… e anche tutte le contraddizioni interne alla società palestinese. In modo troppo semplicistico e frettoloso in Italia spesso si dividono palestinesi ed israeliani in buoni e cattivi, o il contrario. Mi sono resa conto che è difficile e anche sbagliato tentare di dare un giudizio, quando io vivo in un posto dove si sta bene e ho tutto quello che mi serve, anzi ho molto di più di quello che mi serve e certo ci sono tanti problemi, ma di un’altra dimensione.
Il lavoro presso l’asilo gestito dalle suore della Società Antoniana mi è piaciuto molto, davo una mano così semplicemente: giocavo con i bambini, davo loro da mangiare o li cambiavo. Le maestre erano proprio gentili, perchè mi vedevano piccola forse, si prendevano proprio cura di me. Le due più giovani parlavano solo arabo e anche questo è stato bello: siamo riuscite a comunicare, io con le mie ancora poche conoscenze di arabo classico, un po’ di gesti qua e là. É stato bello, mi ha permesso di capire come vivono loro, le difficoltà, le differenze. In generale, alla Società Antoniana (dove Cristina alloggiava anche) mi sono presto sentita a casa: le suore mi avevano a cuore, e io mi sono presto affezionata.

Infine, l’esperienza all’Hogar, dove le suore del Verbo Incarnato si occupano dei bimbi disabili. Per me questa è stata l’esperienza che mi è costata più fatica, e che specialmente all’inizio mi ha mandata più in crisi. Ma è anche quella che ora, tornata a casa, mi porto di più nel cuore e voglio tenermi stretta. Sono capitata lì, c’erano sempre un sacco di cose da fare, i bambini agitati, le suore sempre indaffarate e io all’inizio non sapevo dove mettere le mani, non sapevo di cosa avessero bisogno i vari bambini, come potevo stare con loro, come potevo essere un aiutare. Non avevo mai passato del tempo con disabili così gravi e mi faceva proprio male, mi faceva diventare triste e sentire impotente vederli così teneri e così imprigionati dalla loro malattia, alcuni abbandonati dai genitori, alcuni che “impazzivano” per così poco, ma poi sorridevano e stavano bene per un abbraccio delle suore o per un altro gesto qualsiasi. Vedere le ragazze più grandi e pensare che loro hanno vissuto una vita intera, chissà che carico di esperienze, anche di sofferenze, si portano dentro… Ho cercato di volere un po’ di bene, anche se spesso i bambini mi irritavano, mi facevano proprio innervosire ed ero spesso delusa di me stessa perchè mi pensavo più buona, più capace di mettermi al servizio. Mi sono chiesta come fanno le suore dell’Hogar a ricominciare ogni giorno e a metterci ogni giorno amore, senza farlo diventare un peso, anche se ogni volta arrivano a sera così stanche… E’ la loro fede, forse?

Nel mio piccolo, ho cercato di dare una mano a questi piccoli di Betlemme, e mi sono accorta, tornando a casa, che è davvero molto di più quello che ho ricevuto durante questo mese in Terra Santa di quello che sono riuscita a dare.”

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