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Fra Pizzaballa: Martini in Terra Santa, una presenza amichevole e discreta

(Milano) – È di questo pomeriggio la notizia della morte del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, biblista insigne molto legato alla Terra Santa e ai suoi popoli, uomo di profonda spiritualità

Il porporato si è spento nell’infermeria della casa dei gesuiti di Gallarate (Varese), dove risiedeva dal 2008, quando il peggiorare del suo stato di salute, con l’avanzare del morbo di Parkinson, lo costrinse a lasciare Gerusalemme. Abbiamo chiesto al Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa, un suo ricordo personale di Martini.

Padre Pizzaballa, tra la fine del 2002 e la primavera 2008, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, trascorse lunghi periodi a Gerusalemme, prima che il peggiorare delle sue condizioni di salute lo costringesse a rientrare definitivamente in Italia. Come molti cristiani di Terra Santa, anche lei è stato testimone di quel periodo. Quella del cardinale dentro la Chiesa locale di Gerusalemme era una presenza evidente? Partecipava alla vita della comunità cattolica? Che genere di relazioni aveva con voi responsabili delle Chiese?
Il cardinal Martini aveva fatto una scelta precisa: stare ritirato. Non partecipava agli incontri pubblici di nessun genere, tranne rare eccezioni. Nemmeno agli avvenimenti liturgici prendeva parte, fatta eccezione per la Settimana Santa. Sapevamo, ad esempio, che amava passare intere giornate o periodi prolungati in alcuni Luoghi Santi (come il Monte Tabor), ma nessuno realmente si accorgeva della sua presenza. Era una scelta intenzionale, dovuta innanzitutto a motivi interiori, ma penso anche per non essere d’intralcio ad alcuno. Sapeva che la sua presenza avrebbe potuto, suo malgrado, essere, in alcune circostanze, ingombrante.
Con i capi delle Chiese aveva relazioni amichevoli. Ci si incontrava principalmente per le occasioni formali e istituzionali.

Lei ha qualche ricordo personale in proposito? C’erano rapporti tra i frati della Custodia e Martini? Se sì, come si esprimevano?
Non ho molti ricordi personali di quel periodo, perché come dicevo, il cardinale conduceva una vita piuttosto appartata. Ho avuto con lui solo un paio di incontri personali, dove mi sono confrontato su alcuni temi personali ed ecclesiali. Apprezzai la sua sincerità e semplicità nelle risposte.
I suoi rapporti con i frati della Custodia passavano dagli incontri nei Luoghi Santi. Gli assistenti ai diversi santuari, soprattutto quelli di Gerusalemme, lo conoscevano bene e si davano ormai del tu. Qualche volta quando si andava noi a celebrare, i sagrestani come si usa tiravano fuori bei paramenti, dicendo con disinvoltura: «Questi sono quelli del cardinale», come a parlare di una presenza abituale, alla quale si è familiari, tanto da lasciare lì i suoi paramenti personali, che poi venivano solitamente donati al santuario. Si scopriva, così, in modo molto ordinario, della sua familiarità ai luoghi e ai frati che li custodiscono.
Al Tabor, uno dei suoi luoghi privilegiati, i frati di loro iniziativa avevano sistemato per lui una stanza particolare. I letti erano piccoli, lui era alto e così si dovette studiare una soluzione, di cui poi beneficiai anch’io…

Durante il suo episcopato milanese, l’arcivescovo Martini fu molto apprezzato dagli ebrei per il contributo che offrì al dialogo cattolico-ebraico, forse proprio a partire dal suo rapporto personalissimo di studioso e di credente con la Sacra Scrittura. È qualcosa che ha continuato visibilmente anche a Gerusalemme? Gli dobbiamo gratitudine? Perché?
Forse questo è stato l’unico ambito di visibilità che il cardinale ha avuto presso le realtà locali. Gli ebrei lo amavano, ricambiati. All’Università ebraica era di casa e sono diverse le conferenze da lui tenute e i riconoscimenti ottenuti. Alcuni suoi libri sono stati tradotti anche in ebraico. Era considerato come uno dei promotori del dialogo con Israele, un amico fidato. Dobbiamo essergli grati, soprattutto noi di Gerusalemme, perché ha accettato di farsi amare dagli israeliani, in questa Terra e in questa città, dove la paura di farsi etichettare paralizza spesso le nostre iniziative. Non se ne è mai curato. Ha amato e si è lasciato amare, con libertà, senza ferire alcuno.

A Gerusalemme Martini continuava a incontrare pellegrini italiani o a rivolgersi ai potenziali pellegrini esortandoli a visitare la Terra Santa. Spesso consigliava di venire laggiù con l’animo aperto, senza prendere parte, ma cercando di ascoltare e osservare. Proponeva, anche a se stesso, la via della preghiera di intercessione, di colui che sta in mezzo e si fa carico delle fatiche di tutti. Per un cristiano è uno stile plausibile o anacronistico oggi in Israele/Palestina?
È l’unica risposta possibile. Non esiste altra via. La politica o le politiche hanno un loro respiro, purtroppo spesso corto. La preghiera e l’intercessione sono il modo tipicamente cristiano di stare nella lotta (Lc 22, 44: «Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra») e ce lo insegna proprio qui a Gerusalemme.

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