2012
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Suore francescane, silenziose testimoni di carità fra i musulmani libici

Suor Bruna Menghini e altre tre consorelle sono rimaste a Yefren (150 km da Tripoli) durante la guerra civile. Da oltre 40 anni aiutano malati, anziani e persone abbandonate nel Paese a maggioranza islamica. Il dialogo e l’amicizia con musulmani attraverso piccoli gesti di carità e amore. Scontri violenti fra sostenitori del regime e ribelli e disorganizzazione gettano un’ombra sulle elezioni di giugno.

Yefrem (AsiaNews) –  “Gli orrori della guerra ci hanno avvicinato al popolo libico. Assistendo i malati e  condividendo con la popolazione le stesse sofferenze, abbiamo capito che siamo parte della comunità e non estranei. Sono loro che ci hanno convinto a restare e a non andare via”. È quanto afferma ad AsiaNews suor Bruna Menghini, religiosa della comunità delle suore Francescane Missionarie di Maria. Da 43 anni in Libia, la religiosa ha vissuto gli orrori della guerra a Yefrem, piccola città a 150 km da Tripoli. Insieme ad altre tre consorelle ha scelto di restare a fianco della popolazione, nonostante i bombardamenti Nato e i combattimenti fra truppe del regime e miliziani ribelli.

“Il lavoro con ammalati  e anziani – racconta suor Bruna – occupa gran parte della nostra giornata. Spesso abbiamo molte difficoltà ad operare secondo il nostro metodo. Chi gestisce le strutture ha una visione diversa dalla nostra. In questi anni siamo però riuscite a coltivare molti rapporti con le persone ricoverate e con il personale. Una volta tornate a casa la nostra missione continua coltivando l’amicizia con la gente del quartiere, che ci stimano e rispettano”.

Tutte appartenenti ad unica tribù, le famiglie hanno accolto con il tempo anche la piccola comunità di suore. “La guerra – continua – ci ha mostrato che facevamo veramente parte della loro comunità. Quando a marzo 2011 sono iniziati i disordini i nostri vicini passavano tutti i giorni per verificare se avevamo bisogno di aiuto. Senza di loro non ce l’avremmo fatta”.

La suora racconta che nei mesi caldi della battaglia contro Ghedaffi tutta la città di Yefrem è rimasta per diverse settimane senza viveri. Molte famiglie faticavano a recuperare sul mercato nero o in altre città cibo a sufficienza per sfamare i propri figli. Nonostante tali difficoltà la popolazione del quartiere ha condiviso con le suore tutto ciò che poteva essere utile per sopravvivere.

“Tutti a Yefrem sanno che siamo suore cattoliche – dichiara – non abbiamo nessun motivo per nasconderlo. A volte abbiamo anche la possibilità di esprimere le nostre convinzioni religiose, con le donne del quartiere, ma sono soprattutto le azioni silenziose e discrete come l’aiuto ad anziani e malati, che suscitano la curiosità dei musulmani e sostengono il dialogo”.

Per la religiosa la carità cristiana non passa mai inosservata. I musulmani, soprattutto se anziani, apprezzano chi lavora con tutto il cuore e non semplicemente per soldi. Tale approccio disinteressato ha vinto nel tempo la diffidenza e la paura della popolazione islamica. Suor Bruna racconta che da alcune settimane lei e le sue consorelle hanno iniziato ad accudire un’anziana signora rimasta da sola e abbandonata da tutti.  Ogni giorno si recano a casa sua, la aiutano ad alzarsi, lavarsi e vestirsi, trascorrendo insieme parte della giornata. “Molti vicini – afferma – sono rimasti stupiti da questa azione di umanità nei confronti di una povera vedova. Gli uomini, di solito disinteressati a certe vicende, hanno iniziato a fermarci per strada rassicurandosi sulla salute della signora e chiedendo se avevamo bisogno di aiuto”.

Suor Bruna spiega che sono questi frutti, nati per l’amore alla missione indicata loro da Gesù, ad aver spinto lei e le sue consorelle a restare nonostante i pericoli.

Secondo la religiosa il popolo si sta lentamente riprendendo dalla guerra civile. Ma il Paese è ancora disastrato. “La popolazione non era pronta per un cambio così veloce e repentino. Nel Paese vi sono ancora molti sostenitori di Gheddafi, che ora rischiano di essere uccisi se esprimono il loro pensiero. In molte province vi sono ancora scontri. Nessuno ha ancora capito chi comanda”.

A giugno si terranno le prime elezioni libere nella storia del Paese, ma a tutt’oggi, il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) non ha ancora spiegato i criteri per il voto e la presentazione dei candidati. “Nessuno sa per chi votare – fa notare suor Bruna – la gente ignora il significato della libertà e della democrazia e deve essere educata a comprendere questi valori, che non hanno mai fatto parte della loro cultura”.

La presenza di molti candidati legati a gruppi estremisti islamici come Abdel Hakim Belhaj, ex membro di al-Qaeda ed ex capo militare di Tripoli, non spaventa suor Bruna che è fiduciosa per il futuro della Chiesa cattolica in Libia.

“I libici sono musulmani – sottolinea – e molti seguono e stimano gli islamisti radicali, tuttavia, la vicinanza che ci hanno dimostrato in questi anni mostra che vi sono sentimenti e fatti che toccano il cuore, a prescindere dalla cultura. Dio ci ha creato tutti uguali a sua immagine e somiglianza, quindi c’è una parte di Lui in ognuno di noi. Noi abbiamo fede in Lui. Il nostro compito ora è quello di stare a fianco a questa gente in un momento così delicato. Gli amici musulmani sono felici di vederci qui in mezzo a loro”.

Le suore Francescane missionarie di Maria sono in Libia dal 1925. Delle cinque religiose al momento residenti nel Paese, due lavorano come infermiere nell’ospedale pubblico di Yefrem, una in un istituto di assistenza sociale del governo. Data l’età avanzata suor Bruna si occupa della piccola abitazione situata in un quartiere residenziale della città a maggioranza berbera. Una quinta consorella vive invece a Tripoli, impiegata in una casa di riposo per anziani e malati di handicap. A tutt’oggi, in Libia vi sono 20 religiose cattoliche: quattro Piccole sorelle di Gesù;  cinque Francescane Missionarie di Maria; otto Missionarie della carità, divise in due comunità, quattro Figlie della Carità. Esse lavorano in ospedali,  strutture di assistenza sociale e campi profughi. (S.C.)

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