2012
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La minoranza cristiana nella penisola araba: la testimonianza del vicario apostolico mons. Paul Hinder

I cristiani nella penisola araba sono una minoranza che vive la propria fede con difficoltà. Spesso lavoratori immigrati in Paesi musulmani, che non riconoscono loro la cittadinanza, sono scarsamente tutelati e hanno pochi luoghi dove riunirsi. Sulle condizioni in cui la Chiesa cattolica opera, Michele Raviart ha intervistato mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, un’area che conta circa due milioni e mezzo di cattolici in Yemen, Oman ed Emirati Arabi Uniti: 

R. – È chiaro che le condizioni nelle società del Medio Oriente hanno un colore particolare. L’essere migranti senza cittadinanza, essere esposti anche a tutte le possibilità di discriminazione, sono situazioni in cui l’approfondire la relazione con Dio e tra le persone può essere un aiuto. Nelle comunità cristiane, soprattutto in questi giorni che ci portano verso la Pasqua, viviamo un’intensità che non avevo mai trovato prima, nemmeno in Europa o nella mia patria.

D. – I cristiani, nella penisola araba, sono spesso immigrati che lavorano al servizio della classe dirigente: da dove provengono?

R. – Dal mondo intero. La maggior parte proviene dalle Filippine, dall’India. Numerosi immigrati di lingua araba vengono dei Paesi del Vicino Oriente, dal Libano, dalla Siria e così via, poi dall’Europa, dalle due Americhe. Per questo, abbiamo bisogno di una lingua comune, che è l’inglese, perché è l’unico veicolo che ci permette, più o meno, di essere in comunione con tutti.

D. – Nella penisola c’è una carenza di luoghi di culto, spesso concessi in forma privata dalle autorità. Dove si riuniscono i cristiani?

R. – Di solito, in questi posti che ci sono stati concessi. Talvolta, si organizzano tra loro secondo le possibilità riunendosi nelle case private. Altre volte, per la catechesi, prendono in affitto una casa per un week-end.

D. – Quali sono i rapporti con le autorità politiche e con i cittadini?

R. – Con le autorità politiche di solito i rapporti sono abbastanza buoni. Non dimentichiamo che, su sette Paesi, cinque hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede. I canali ci sono, i rapporti – secondo me anche troppo – dipendono dai rapporti personali. I rapporti con la popolazione musulmana dipendono un po’ dal Paese dove ci troviamo. È chiaro che la situazione degli Emirati Uniti, dove soltanto il 20% della popolazione è cittadino, è diversa da quello dello Yemen, dove gli stranieri sono una minoranza e, all’interno di questa, i cristiani sono molto pochi.

D. – Quali sono le più grandi difficoltà che incontra l’azione pastorale?

R. – C’è una difficoltà a livello pratico. Abbiamo un problema permanente, che è quello di non avere sufficiente spazio per accogliere il grande numero dei fedeli. Quando invece ci spostiamo al livello del contenuto, sicuramente riscontriamo il problema dell’esperienza del povero. E con questo non mi riferisco unicamente alla povertà materiale che esiste anche da noi, ma di quella povertà che è quella di non avere delle sicurezze. L’unica sicurezza che abbiamo è quella che riceviamo dal Signore.

D. – Che tipo di assistenza materiale offre la Chiesa?

R. – Questa gente molto spesso ha dei problemi a livello sociale, che non sempre siamo in grado di risolvere. Qualche volta riguardano debiti materiali, vanno in prigione, superano il tempo di permanenza concesso del loro visto e quindi devono pagare delle multe. Noi, in quanto Chiesa, abbiamo iniziato in alcune parrocchie dei programmi di educazione su come gestire le finanze, per aiutare queste persone e far sì che non cadano nella trappola dei debiti.

D. – Una sua testimonianza personale: cosa vuol dire essere pastore nella penisola arabica?

R. – Cerco di essere un uomo di fede, di preghiera, perché questa è la base. Perché davanti a queste sfide la soluzione non si trova solo con la saggezza umana. Visito tutte le parti del mio vicariato, incontro non soltanto i sacerdoti ma anche la gente. Non ho mai predicato tanto come ora, secondo quello che Gesù ha detto a Pietro “Ti prego di rafforzare la fede dei tuoi fratelli”: questo è quello che anche io devo fare. (bi)

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