2012
asianews.it

I cristiani copti dopo Shenouda

di Samir Khalil Samir
Il defunto patriarca ha governato la sua Chiesa per 40 anni. Sono cresciute spiritualità, vocazioni, partecipazione ai riti, ma è stato frenato l’ecumenismo e l’impegno dei laici. Le schermaglie sui matrimoni misti con i cattolici. Nazionalista e anti-israeliano, Shenouda si è scontrato con Sadat che lo ha imprigionato. Un’alleanza con Mubarak per far costruire nuove chiese. L’urgenza della missione nella società e a difesa della donna. L’Egitto fra dittatura militare e fondamentalismo.

Beirut (AsiaNews) – La morte di Shenouda III, al governo della Chiesa copta per più di 40 anni, mi spinge a un bilancio della vita di questa Chiesa, sui suoi rapporti con le altre Chiese, con l’islam e con la politica egiziana.

Shenouda III, nato a Abnub nella provincia di Asiut il  3 agosto 1923, col nome Nazîr Gayyed Rufa’il, ha studiato storia e archeologia all’università del Cairo, e teologia alla Facoltà di Teologia fino al 1946. Poi ci ha insegnato per alcuni anni, e si è fatto monaco nel 1954 nel Monasterio dei Suryani (Dayr al-Suryan) che è nel deserto di Nitria o Scete, a circa 120 km del Cairo sulla via verso Alessandria. Questo monastero è collegato a quello di Dayr Anba Bishoy (Monastero di Abba Bishoy). Da patriarca, Shenouda sceglierà tutti i vescovi delle diocesi egiziane da questi due luoghi.

Nel 1962 è stato nominato vescovo degli Studi Ecclesiastici dal 116° patriarca Cirillo VI, e ha preso il nome di Shenouda. Infine, il 14 novembre 1971 il Sinodo lo ha eletto patriarca della Chiesa Copta Ortodossa, un anno dopo la morte di Gamal Abd el-Nasser avvenuta nel settembre del 1970.

In effetti, il patriarca nella Chiesa copta è sempre un monaco, come pure i vescovi. E quando scelgono un laico per essere vescovo, lo fanno passare per alcuni mesi in un monastero, prima di ordinarlo vescovo.

Come patriaca, Shenouda ha vissuto il suo governo con Sadat e Mubarak. Durante questi anni ha dato un impulso spirituale molto forte alla Chiesa copta attraverso le sue conferenze settimanali che durano ormai da quasi 40 anni. Ogni mercoledì c’era questa conferenza di più di un’ora insieme a domande e risposte, e dibattito con i fedeli. Ogni volta vi erano alcune migliaia ad assistervi. Più tardi, queste sue conferenze sono state trasferite in video e in cassetta e diffuse sui mass media.

Egli è anche autore di almeno 50 libri che toccano tutte le questioni religiose, sotto un angolo spirituale. Era un monaco che conosceva la tradizione e la Bibbia a memoria. Talvolta sapeva dire il capitolo e perfino il versetto di una citazione. Conosceva la letteratura spirituale monastica e la vita dei santi, attingendo in abbondanza nelle sue prediche e scritti. Non è stato un teologo, che ha fatto avanzare la ricerca in campo dogmatico, ma ha dato un grande contributo spirituale.

Ha anche contribuito a un rinnovamento delle diocesi, fondandone molte nuove e rimpicciolendo quelle esistenti. Questo ha permesso ai vescovi di avere un contatto più quotidiano con i fedeli per una pastorale più incisiva. Allo stesso tempo, qualcuno pensa che questa sia stata una mossa per eleggere e consacrare molti vescovi suoi sostenitori e per avere la maggioranza nel Sinodo copto.

La sua fama da vescovo era già grande, cresciuta poi con la sua elezione a Patriarca (“Baba Shenouda”). L’ho conosciuto quando era vescovo: lavoravamo insieme nel Consiglio ecumenico delle Chiese per il Medio oriente (MECC). Abbiamo avuto sempre una buonissima relazione, anche se non eravamo d’accordo su tutto. Sono stato anche incaricato dello “Youth Ecumenical Service” (YES) per i giovani delle diverse confessioni in tutto l’Egitto. Il patriarca amava venire a tutte le occasioni. Fino all’ultimo le nostre relazioni sono state dirette e amichevoli. Mi diceva: “Tu sei più giovane, sei come mio figlio, ascolta quello che ti devo dire…”. Aveva molta stima dei miei studi sulla storia della Chiesa, anche se – diceva – “non dobbiamo attuare tutto quello che è nella tradizione”.

I suoi punti di vista erano costruttivi, molto rispettosi della differenza che c’era fra noi. Forse questo è dovuto al fatto che io non appartenevo alla Chiesa copta ortodossa. Con i suoi, invece, era noto per le sue decisioni autoritarie.

Questa sua politica ha comunque portato a un rafforzamento della formazione dei fedeli in Egitto. Avendo consacrato vescovi molto giovani (35-40 anni) e dotti, tutti suoi discepoli, ha potuto diffondere la sua visione in tutto il Paese.

Con i laici vi è stata qualche situazione delicata. Shenouda aveva coscienza di avere la responsabilità di tutto nella Chiesa e quindi alcuni laici erano molto mortificati.

Durante il suo patriarcato si sono moltiplicate le vocazioni religiose e quelle al clero. Ha potenziato la pastorale degli studenti, domandando ai giovani di avere sempre un direttore spirituale, e di praticare la confessione. Si è anche diffusa la pratica della comunione, ma dopo la confessione. Talvolta vi erano sacerdoti che prima di dare la comunione a un giovane, gli domandava se si era confessato e con chi… Per la spiritualità e la devozione della Chiesa copta ha fatto molto, facendo aumentare anche la pratica della liturgia domenicale.

Vi sono stati pure conflitti con i laici, e divergenze di vista con altri confratelli nell’episcopato, ma tutto si è sempre risolto.

Rapporti con le altre Chiese cristiane

I rapporti con le altre Chiese hanno avuto più problemi. Verso i protestanti non è mai stato molto caloroso. Diceva che “dobbiamo imparare dai protestanti lo studio della Bibbia”, ma è stato sempre lontano dalla collaborazione. Con i cattolici il rapporto era migliore.

Nel ’73 ha fatto una visita al papa Paolo VI e addirittura hanno firmato il primo documento ufficiale di accordo fra la Chiesa cattolica e una Chiesa ortodossa. Ci si è accordati soprattutto a non fare reciproco proselitismo. Il proselitismo è un’accusa che le Chiese ortodosse hanno fatto spesso contro i cattolici. L’accordo prevedeva che se vi fossero dei casi, Shenouda avrebbe chiamato Roma, la quale sarebbe intervenuta a sanare la situazione.

Una volta, nell’Alto Egitto, vicino a Dayrut, in un villaggio ortodosso a 300 km a sud del Cairo, da anni dimenticato dal vescovo ortodosso, lo hanno minacciato: “Se non venite, ci faremo musulmani”. Ma prima sono venuti alla chiesa cattolica del villaggio vicino e hanno chiesto di poter diventare cattolici. Il parroco e il vescovo della diocesi di Asyut li hanno sconsigliati, esortandoli a rimanere ortodossi. A una nuova minaccia che si sarebbero fatti musulmani, il vescovo ha ceduto e ha mandato un sacerdote cattolico nel villaggio. Questo fatto però ha suscitato problemi fra Shenouda e Roma che ha portato a un accordo: gli ortodossi avrebbero trovato una soluzione per il villaggio entro sei mesi. Passato questo periodo, niente era successo; allora i fedeli – almeno alcuni di loro – sono entrati nella Chiesa cattolica. Di per sé non c’era la voglia di proselitismo, ma solo il desiderio di curare questi cristiani, che altrimenti sarebbero divenuti musulmani.

Le cose fra cattolici e ortodossi sono peggiorate dopo qualche anno dalla sua elezione a Patriarca per le regole che lui ha imposto sui matrimoni misti. In oriente i matrimoni fra ortodossi e cattolici sono frequenti e non suscitano problemi nelle famiglie perché la fede è comune, pur nelle differenze di riti e tradizioni. L’uso tradizionale, in tutto l’Oriente, è che il matrimonio si celebri nella chiesa dello sposo; i figli seguono la tradizione del padre, ma è possibile che si trovino accordi fra loro. In ogni caso, le due parti rimangono nella loro confessione cristiana. Shenouda ha deciso che se ci fossero dei matrimoni misti, la parte cattolica doveva essere ri-battezzata nella Chiesa copta ortodossa. In pratica, la parte cattolica significa le donne cattoliche. Il suo teologo, dopo averlo sostenuto un po’, gli ha fatto notare che la tradizione patristica non prevede un nuovo battesimo, ma lui, testardo, ha mantenuto questa regola fino ad ora.

Va detto che i suoi sacerdoti si mostravano spesso più aperti di lui. Nell’ecumenismo quindi era un conservatore e non ha fatto fare molti progressi all’unità fra cattolici e ortodossi.

Nel 1984 egli ha anche criticato il patriarca siro ortodosso, Zakkha Iwas, perché questi ha firmato, il 23 giugno, un accordo con la Chiesa cattolica (con Giovanni Paolo II). La dichiarazione comune che ne era venuta, era molto avanzata: prevedeva libertà nel matrimonio, la comunione reciproca e perfino la comunanza nella formazione dei preti, tanto che ancora oggi molti sacerdoti siro-ortodossi studiano nei seminari o nelle facoltà di teologia cattolici.

Quando Shenouda ha saputo di questo accordo, ha rimproverato Zakkha, di aver osato tanto, senza interpellarlo. Va ricordato che i Siro-ortodossi, i Copti e gli Armeni sono legati fra loro perché sono Chiese pre-calcedoniane. Sua Beatitudine Zakka gli ha risposto che le loro Chiese sono sorelle, ma indipendenti. Inoltre, gli ha fatto notare che lo stesso Shenouda aveva firmato l’accordo con i cattolici nel 1973 senza interpellare le altre due Chiese.

Rapporto con l’Islam

Nel rapporto con l’islam, il patriarca Shenouda ha fatto molti incontri con l’imam di Al Azhar. Conosceva bene il Corano e  la lingua araba: ha scritto perfino dei poemi in lingua araba. Sapeva trattare con i musulmani, senza cedere sull’aspetto dogmatico; piuttosto abile anche a non provocare i musulmani.

Sebbene nel periodo del suo governo sono continuati attacchi a chiese, uccisioni di cristiani e violenze da parte dei fondamentalisti, egli è riuscito a mantenere rapporti cordiali con il mondo musulmano, senza tuttavia cedere sui punti importanti.

Rapporti con Anwar as-Sadat

Con lo Stato si è trovato sempre in una situazione molto delicata. Egli è divenuto patriarca sotto Anwar Sadat. Dal punto di vista politico, Shenouda aveva una posizione molto netta sui rapporti fra Egitto e Israele. È sempre stato contro un accordo fra i due Paesi.

Quando Sadat è andato a Gerusalemme, ha tenuto il suo discorso alla Knesset e ha varato gli accordi diplomatici, Shenouda ha condannato questa politica. Forse questa mossa aveva motivi tattici: la Chiesa copta è una minoranza (non supera il 10% della popolazione) e i musulmani considerano sempre i cristiani come gli alleati dell’occidente (e di Israele). La sua scelta gli permetteva di sfuggire a questo cliché, alleandosi con un potente movimento anti-israeliano, ancora presente in Egitto.

Ma la posizione di Shenouda ha spinto Sadat a metterlo agli arresti domiciliari nel monastero di Anba Bishoy nel deserto (Wadi an-Natroun) durante 4 anni, da settembre 1981 fino alla morte di Sadat (assassinato il 6 ottobre 1985). Sadat ha fatto imprigionare anche alcuni vescovi: era la prima volta nella storia dell’Egitto che ci si trovava in una situazione così tesa, che è durata quasi un anno.

In più, per governare, Sadat si appoggiava sui Fratelli musulmani, sempre duri con i cristiani. Per questo possiamo dire che tutto il periodo di Sadat è stato molto difficile per Shenouda.

Rapporti con Hosni Mubarak

Quando invece è venuto Mubarak, 31 anni fa, la situazione è cambiata. Il patriarca ha appoggiato il presidente e viceversa. I due hanno fatto un accordo personale che ha superato il divieto per la costruzione delle chiese. In Egitto, per legge, una chiesa può essere edificata solo se si rispettano 10 regole. Ma esse sono così  frenanti che è praticamente impossibile edificarne qualcuna. Il patto fra Shenouda e Mubarak prevedeva l’accordo anno per anno del numero di chiese da costruire. Quando è stato reso pubblico vi sono state critiche da parte dei musulmani, ma niente di più.

L’accordo però supponeva che il patriarca sostenesse tutte le decisioni di Mubarak. Quando l’anno scorso è scoppiata la primavera araba,  molti cristiani sono scesi in Piazza Tahrir. Ma il patriarca è rimasto  piuttosto restio nell’appoggiare il movimento,  perché esso ha preso sempre più una dimensione anti-Mubarak.

Il problema dei cristiani in Medio oriente è sempre questo: ci si trova fra due fuochi, fra una dittatura e il fondamentalismo.

La nostra situazione in Medio oriente è sempre stata così debole e la Chiesa copta ne è l’esempio: incapace di prospettive, di iniziative, di impegnarsi nella società e nella politica. La Chiesa copta è spesso rinchiusa su se stessa, vive in un ghetto per proteggersi e vivere con tranquillità. Non tentano di cambiare la società perché temono di non farcela, essendo una minoranza.

In passato è stato diverso, 80 o 50 anni fa era molto più viva. Poi, anche per le condizioni di libertà, ci si è rifugiati di più nei monasteri, nella preghiera, nella vita interna della Chiesa. Ora, con la Primavera araba, siamo in un momento che ha suscitato tante speranze di libertà per cristiani e musulmani, rifiutando un regime teocratico. Purtroppo sembra che andiamo proprio in questa linea.

L’altro problema dell’Egitto sono i militari. L’esercito comanda in Egitto dai tempi di Nasser, da almeno 60 anni, e non pare che voglia lasciare il potere. Ancora adesso sono loro a decidere tutto. L’Egitto si trova in un incrocio delicato: potrebbe diventare una dittatura militare o un regime fondamentalista. Proprio per questo molti cristiani hanno esitato di fronte alla rivoluzione.

Il futuro dei Copti ortodossi

Fra i vescovi copti vi sono personalità molto valide, che potrebbero prendere la leadership della Chiesa copta. Fra questi escluderei il vice di Shenouda, che è stato un esecutore delle sue decisioni, ma carente di personalità.

La Chiesa copta rimane forte nella spiritualità, nella preghiera liturgica, nel digiuno. Ricordo che i copti hanno quasi 200 giorni di digiuno all’anno. E il loro digiuno significa che non si prende nulla, né bevande, né cibo dalla mezzanotte precedente fino alle 15 del giorno dopo. E i pasti che si fanno dopo sono molto leggeri. Questo digiuno, vissuto in unione con Gesù Cristo, rafforza la fede e la forza dei copti, capaci di resistere nella loro identità.

I copti non fanno vedere che digiunano, ma quando i musulmani si accorgono, rimangono meravigliati in modo positivo. Il cibo poi è vegetariano; sono escluse anche le uova, il formaggio, il latte, ecc… Va detto che in qualche modo questa testimonianza religiosa dei copti impressiona molto le persone islamiche che spesso assommano i cristiani all’occidente e all’ateismo.

Dopo la Primavera araba, siamo ad  una nuova tappa che ci richiede nuove scelte. All’interno della Chiesa copta si deve dare più libertà ai vescovi, ai sacerdoti, ai laici: occorre certo avere una voce unica, ma non dittatoriale. È necessario anche impegnarsi di più nella vita della società, per il bene comune, la politica, i diritti umani. I cristiani copti non sono contrari a questo, ma non promuovono tutto questo. E invece i cristiani avrebbero una funzione molto importante, soprattutto per ridare dignità e valore alla donna, che nell’islam è spesso umiliata.

Il rapporto con i musulmani dovrebbe essere più vivo: non si può vivere l’uno accanto all’altro, senza porsi alcuna domanda. Ad esempio: nella società egiziana si fa solo pubblicità all’islam, in autobus, in taxi. Bisogna che i cristiani chiedano ai musulmani che è tempo di costruire una società che lascia spazio a tutti.

Un’altra dimensione necessaria è la missione. In Egitto non c’è missione anche per condizioni sociologiche: l’islam non permette l’evangelizzazione. Ma è urgente la testimonianza esplicita e in questo sarebbe bene lavorare, insieme alle altre confessioni cristiane. Siamo già pochi: dividerci ci indebolisce ancora di più.

Per concludere, non possiamo che pregare per chiedere a Dio di illuminare il Santo Sinodo affinché elegga un successore forte nella fede, aperto al mondo e ai suoi bisogni e attento ai bisogni dei più deboli come della società in genere.

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