2011
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La Grotta della Natività a pezzi Il restauro con i soldi dei sauditi

Caduti nel vuoto gli appelli palestinesi agli occidentali

BETLEMME (Cisgiordania) – Il fiato del bue e dell’asinello era niente, in confronto. Di questi giorni piovosi, quando nella Grotta alitano i pellegrini e ardono le candele e l’umido s’addensa sui pannelli d’amianto (amianto!) dietro gli antichi drappeggi damascati, con la muffa che infiltra le icone, l’unico rimedio sono le stufette: i francescani le attaccano tutte insieme, «almeno asciugano un po’». Anche il tetto della chiesa è un disastro, perché la copertura non c’è più e l’acqua cola giù per le trabeazioni di legno giustinianeo, sugli affreschi bizantini: quand’è troppa, i monaci armeni ricorrono ai catini. Per non dire del nartece, con le volte a crociera che rischiano di crollare su chi entra: di solito sono i frati greci a controllare i puntelli, «ma più che altro preghiamo», confidando che da lassù Qualcuno ci metta un occhio.

A Betlemme c’è un presepe morente. Duemila anni dopo, si sta ancora al freddo e al gelo. E non scaldano nemmeno i turisti, fedeli, che tornano ogni Natale. La Basilica della Natività è la più antica chiesa consacrata del mondo, ma pure la più sfasciata: l’Unesco, che ha appena accolto la Palestina, la elenca fra i cento gioielli dell’umanità a rischio. Sopravvissuta alle profanazioni di Adriano, che ci piantò sopra un boschetto in onore di Adone, scampata ai samaritani che l’incendiarono e ai califfi che ne fecero una moschea, risparmiata perfino dal feroce Saladino, la culla di Gesù non viene restaurata da 150 anni. Dovrebbero pensarci le tre chiese cristiane che l’hanno in gestione, troppo impegnate a litigare sulle rigide spartizioni (l’altare della Grotta spetta ai greci, ma vi officiano gli armeni, mentre quella dei Magi è dei francescani e la Basilica tutta appartiene agli ortodossi, purché l’apertura della cripta degli Innocenti tocchi ai cattolici…). Come al Santo Sepolcro, dove le chiavi sono affidate a una neutrale famiglia musulmana, anche qui la croce dei restauri ha finito per prendersela gente avvezza più alla Mecca che al Messia: il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, che già anni fa stanziò un milione, e con lui il re saudita Abdallah che è il custode delle città sacre all’Islam, il re Abdallah di Giordania che discende direttamente da Maometto, e poi l’emiro del Qatar, lo sceicco di Abu Dhabi, il sultano dell’Oman…

Ci vogliono trenta milioni, almeno. Che si sarebbero trovati subito, se il mondo non fosse in quaresima finanziaria e se Obama, contrario alla Palestina nell’Onu, proprio ora non avesse tagliato all’Unesco un quinto del budget. «Due mesi fa abbiamo spedito lettere a tutti – dice Ziad Bandak, consigliere palestinese per gli affari cristiani -, dal cardinal Bertone a Putin. Abbiamo scritto anche al ministro italiano Frattini. Non ci ha risposto nessuno. Solo l’Ungheria, che ha mandato 100 mila euro. E poi i fratelli arabi». Il finanziamento più grosso è già arrivato dai sauditi: in mesi di rivolte, s’è preferito travestirlo da donazione privata. Gli altri musulmani si sono limitati a promettere: sempre meglio, comunque, dei silenziosi cristiani d’Europa e d’America: «Sì, è un po’ un paradosso che i soldi arrivino da lì – ammette padre Pierbattista Pizzaballa, il francescano Custode di Terra Santa -. Ma sono stati i palestinesi, con qualche ragione visti i problemi che ci dividono, a volere che le chiese stessero fuori. Considerano la Basilica patrimonio nazionale. Non credo fosse complicato trovare un altro tipo di finanziatori, ma non s’è fatta molta pubblicità. E i tempi ora sono accelerati, perché la Palestina vuole fare bella figura e meritare quel seggio all’Unesco».

I lavori, più volte annunciati, stavolta vogliono farli partire sul serio: bando di gara entro Natale, ponteggi a primavera. Tre anni di cantiere, stima Claudio Alessandri, docente d’Architettura del Cnr incaricato del restauro. Per sei mesi ha fatto il pendolare fra l’università di Ferrara e la Basilica, a novembre ha presentato la diagnosi: «È un intervento di media complessità. Mi ricorda un po’ quello al Duomo di Pisa. Ci sono parti che rischiano il crollo, mosaici in condizioni veramente pessime. E possibili sorprese: abbiamo trovato immagini nascoste sotto l’intonaco. Ma la vera incognita saranno le questioni “politiche”. Appena si toccheranno le zone confinanti tra le varie chiese, spunteranno i veti. Per non dire degli israeliani, che in questi mesi ci hanno reso la vita difficile: nonostante le garanzie dell’ambasciata italiana, hanno bloccato in dogana gli strumenti necessari alle nostre ricerche».

Il professor Alessandri è stato pagato da Abu Mazen con puntualità. È ottimista: «I soldi ancora non ci sono, ma non mi sembrano un problema. Questa sponsorizzazione dei Paesi arabi, mi dicono, darà una mano decisiva». La mano dell’Unico Dio che ci ha messo la faccia.

Francesco Battistini

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