2011
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La “follia” (voluta) di quegli insediamenti che bloccano la pace

Al di là sia delle radici storiche del loro conflitto che di ogni motivo contingente di frizione, uno dei macigni che sbarrano la strada verso una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese è quello delle colonie o insediamenti ebraici nei territori che rientrano nella competenza dell’Autorità Palestinese.

Mentre tale questione viene per lo più lasciata nell’ombra, o ridotta al dibattito tra gli insediamenti presunti legali e quelli presunti illegali, proprio nella prospettiva di una soluzione pacifica e feconda del conflitto essa deve invece venire portata alla ribalta e affrontata con la massima chiarezza. Anche a prescindere dai motivi di attrito immediato – che vanno da problemi legati alla captazione dell’acqua, all’apertura di strade a loro esclusivo servizio tracciate attraverso le campagne con tutti gli espropri e con tutto il conseguente sconvolgimento delle campagne dei  Territori – la loro presenza è di per sé fonte di tensione essendo segno dell’attuale o futura pretesa di Israele di annettersi la porzione di territorio palestinese ove essi sorgono.

Quand’anche qualcuno non l’avesse capito, il che sembra francamente impossibile, a rendere chiara la cosa ci pensano i loro abitanti i quali (salvo alcune eccezioni cui accenneremo più avanti) sono di regola degli estremisti che abitano e presidiano gli insediamenti intendendoli apertamente come avamposti di una futura conquista.

Occorre in primo luogo precisare che è un falso problema quello della distinzione tra insediamenti definiti legali perché autorizzati e voluti dalle autorità israeliane, e insediamenti definiti illegali perché non autorizzati e non voluti. Gli insediamenti sono tutti illegali. A norma infatti del diritto internazionale una potenza occupante non può insediare colonie di propri cittadini in un territorio occupato. Non è cortese ricordare agli israeliani che nemmeno la Germania nazista osò farlo nei Paesi europei che aveva invaso; neanche in regioni storicamente di cultura tedesca come l’Alsazia in Francia e i Sudeti  nell’allora Cecoslovacchia. Non è cortese, ma è così significativo che non lo si può tacere.

A parte alcune poche soluzioni di compromesso, nessuna pace è possibile fino a quando nel loro insieme gli insediamenti non verranno ritirati. Niente di ragionevole li può giustificare. Da una parte si deve esigere dall’Autorità Palestinese la garanzia della sicurezza di Israele, ma dall’altra si deve esigere il ritiro degli insediamenti. D’altro canto l’una cosa implica l’altra: finché restano gli insediamenti con tutte le loro conseguenze l’Autorità non può comunque giungere a un effettivo controllo del territorio che in teoria gli è affidato.

Può fare eccezione soltanto il caso, esiguo in termini di territorio ma notevole in termini di popolazione, di alcuni quartieri di pendolari impiegati a Tel Aviv e a Gerusalemme che sono stati costruiti in territorio palestinese a ridosso del frastagliato confine un tempo israelo-giordano e oggi israelo-palestinese. Quartieri peraltro in genere abitati non da “ultras” ma semplicemente da famiglie che hanno trovato conveniente andare ad abitare in posti dove le case costano molto meno. Qui converrebbe ad entrambe le parti in causa procedere a delle minori rettifiche di confine, salvo il caso (questo sì davvero complesso) dei quartieri-fortezza edificati a bella posta tra Gerusalemme e Betlemme.

Il giorno che il nostro Paese dovesse tornare ad avere una politica estera, come sembra l’attuale governo abbia scelto di non avere, un contributo attivo anche alla soluzione di questo spinosissimo ma cruciale problema sarebbe di grande utilità sulla via di una pace feconda nel Levante che, diversamente che per l’Europa atlantica, per l’Europa mediterranea è un obiettivo non soltanto auspicabile ma necessario.

Robi Ronza

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