2011
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Quando un caffè aiutava la qabbalah

A Roma il Festival internazionale di letteratura ebraica

Il Festival internazionale di letteratura ebraica, che si è aperto a Roma il 17 settembre e si chiuderà mercoledì 21, presenta appuntamenti importanti, quale quello con uno dei massimi scrittori israeliani, Abraham B. Yehoshua, intervistato da Marino Sinibaldi al Tempio di Adriano per un affascinante viaggio nella letteratura ebraica. Il grosso della manifestazione si svolgerà per la prima volta nelle vie intorno a Portico d’Ottavia, in quello che fu fino al 1870 il ghetto di Roma.

Leggendo i titoli dei giornali dove campeggia la parola ghetto, però, mi è venuto un dubbio: ma la gente lo sa che il ghetto non esiste più, che non solo gli ebrei non sono più obbligati a risiedervi, ma che degli edifici di allora non esiste più nulla? O pensa che sia un’espressione ebraica del tutto neutra per indicare il luogo dove abitano gli ebrei? Speriamo che la serata di martedì sera dedicata al tema dell’apertura del ghetto, nel 1870, e della sua successiva demolizione, lo chiarisca a tutti.

Comunque sia, il quartiere è in movimento, i negozi sono rimasti aperti nella notte fra sabato e domenica per un’edizione tutta ebraica della notte bianca, La notte della cabbalà. In realtà, si è trattato di un insieme di mistica, musica e cucina, ma non ha mancato di attirare visitatori soprattutto fra i non ebrei, attratti da questo termine, kabbalah, o qabbalah, che normalmente viene pronunciato come se fosse una parola sdrucciola e che viene identificato con la magia, con i numeri del lotto, con un sapere astruso e nascosto. Di qui il suo grande potere d’attrazione, che non appartiene solo a oggi, ma che ha una lunga storia.

Già nel Rinascimento italiano, i maestri della qabbalah erano ricercatissimi, e Pico della Mirandola, nel suo circolo intellettuale, ne aveva fatti venire molti, tra studiosi rimasti ebrei e studiosi convertiti, per apprendere la filosofia astrusa messa a punto dai pensatori provenzali e spagnoli del XII e XIII secolo. Del XIV secolo è il testo principale della qabbalah, lo Zohar, che non a caso fu stampato due volte, a Mantova e a Cremona, nel corso del Cinquecento. Tanta era la forza di attrazione di questo approccio filosofico e mistico alla religione, che a metà Cinquecento un rabbino veneziano lamentava in un suo responso che i pochi esperti della qabbalah erano sopraffatti di richieste di insegnamento dai dotti non ebrei, che in sette afferravano un dotto ebreo per la giacca supplicandolo di insegnar loro la qabbalah (il cui insegnamento ai gentili era teoricamente vietato).

Che tra notte e qabbalah ci fosse una certa affinità elettiva, d’altronde, è vero: la qabbalah introdusse nei ghetti italiani molti nuovi rituali, comprese molte veglie di studio e preghiera. Non si mangiava, come in questa notte della cabbalà, dove si è fatto spazio alla cucina, ma si introdusse una nuova bevanda, il caffè, per tener svegli i partecipanti. Non risulta però che allora a Roma queste nuove devozioni, diffusissime nei ghetti del centro-nord, incontrassero molta fortuna.

Non bisogna pensare che il pensiero cabbalistico abbia riscosso consensi unanimi nel mondo ebraico italiano e neppure che si sia esaurito nell’età dei ghetti. Molti erano i suoi oppositori: fra loro, almeno in un periodo della sua vita, il rabbino veneziano del primo Seicento Leone da Modena, l’autore del famoso libro Historia dei riti Hebraici, rivolto ai non ebrei.

Il conflitto tra fautori e negatori della qabbalah attraversa i secoli, fino alla seconda metà dell’Ottocento, in cui i due maggiori pensatori ebrei, Elia Benamozegh e Samuel David Luzzatto (Shaddal), si schierarono contro gli studi cabbalistici.

Il maggiore studioso della mistica ebraica è stato Gershom Scholem, tra i fondatori dell’università ebraica di Gerusalemme, autore di opere storiche di grande fascino sulla mistica ebraica, sul messianesimo (alla mistica strettamente collegato), e sugli intrecci fra mistica e duplicità religiosa, fra mistica e modernità. Il suo occhio è però, per quanto gli fu possibile e per quanto fermamente volle, un occhio esterno. Come il suo contemporaneo Aby Warburg (studioso di miti e di arte anch’egli ebreo), Scholem guardava ad Alessandria aggrappandosi strettamente ad Atene. Speriamo che anche oggi studiosi e divulgatori continuino a usare il suo stesso rigore.

  Anna Foa
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