2011
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Quella volta in cui Giovanni Paolo II quasi riconobbe Israele

Una storia mai raccontata: intervista al diplomatico israeliano Nathan Ben-Horin

LISA PALMIERI-BILLIG
NEW YORK

La rotta della storia è spesso decisa da individui motivati che vibrano all’unisono con lo spirito dei tempi (der Zeitgeist). O almeno sembrano. Ciò che fanno ha un impatto reale quando riescono a far sì che “le cose accadano nel posto giusto, al momento giusto”. Non sempre però si ha successo, per via di circostanze fortuite che richiedono di attendere di nuovo il momento propizio perché si realizzi il loro destino logico.

Questa è l’essenza di ciò che è accaduto in Vaticano nell’inverno del 1985 – 6. Giovanni Paolo II voleva che il Vaticano riconoscesse Israele molto prima del 30 dicembre 1993, quando vennero ratificate le relazioni diplomatiche a Gerusalemme con la firma dell’Accordo Fondamentale tra lo Stato del Vaticano e lo Stato di Israele.

Chiari segni delle intenzioni di Giovanni Paolo II erano già evidenti nella sua Lettera Apostolica “Redemptionis Anno” del 20 aprile 1984, in cui, per la prima volta, utilizzò il termine “Stato di Israele” in un documento ufficiale del Vaticano (“Per il popolo ebraico che vive nello Stato di Israele e che conserva in questa terra così preziosa testimonianza della sua storia e della sua fede, dobbiamo invocare una desiderata sicurezza e tranquillità che è prerogativa di ogni nazione e condizione di vita e di progresso per ogni società.”).

L’Ambasciatore Nathan Ben-Horin – un diplomatico israeliano in pensione che aveva servito tre volte come emissario non ufficiale d’Israele presso il Vaticano nell’Ambasciata di Roma, tra il 1961 e il 1985, è attualmente a Roma per il lancio del suo ultimo libro, “Nuovi Orizzonti tra Ebrei e Cristiani”. In questa intervista, spiega il mutamento delle circostanze che prima hanno ostacolato e poi hanno reso possibile la svolta storica tra il Vaticano e Israele.

Mentre era in carica, Ben-Horin aveva mantenuto strette relazioni con la Segreteria di Stato del Vaticano e con lo stesso Papa Giovanni Paolo II. Egli ricorda che già nel 1983 nei “circoli polacchi” vaticani con i quali lui stesso e l’amico d’infanzia di Karol Wojtyla, Jerzy Kluger, erano in contatto, girava voce che vi fosse, dietro le quinte, la volontà di stabilire rapporti diplomatici con Israele, sul modello polacco – nella forma di delegazioni permanenti con status diplomatico.

Tuttavia, fu solo nell’ottobre del 1985 che egli, pochi mesi dopo il ritiro forzato del messo diplomatico di Israele presso la Santa Sede, venne informato da monsignor Luigi Gatti, presso la Segreteria di Stato, che c’erano “buone notizie”.

“Mi si avvicinò con un gran sorriso in volto e disse: «Il Santo Padre ha deciso di stabilire relazioni diplomatiche ufficiali con il vostro paese»”, ricorda l’ambasciatore Ben-Horin. “A me e a mia moglie lo confermò lo stesso Giovanni Paolo II, durante la nostra ultima udienza, prima di tornare in Israele nel febbraio del 1986.”

Lo stile diplomatico di Ben-Horin era particolarmente apprezzato dal Vaticano per via della sua proverbiale discrezione e della sua familiarità con il “Vaticanese, la lingua speciale del Vaticano” come dice lui. “Il Segretario di Stato Agostino Casaroli era un maestro nel Vaticanese. Era in grado di mantenere un segreto in ben otto lingue.”

“I miei amici in Vaticano sapevano di poter condividere informazioni riservate con me”, dice. “Per esempio, non ho mai inviato telegrammi al Ministero degli Esteri israeliano, solo lettere, perché i contenuti dei telegrammi potevano essere facilmente intercettati dai media.”

La partenza imminente e improvvisa di questo rispettato diplomatico israeliano è stata vista con sfavore dal Vaticano. Durante una visita di congedo, un funzionario della Curia mostrò la sua delusione per il rifiuto del Ministero degli Esteri israeliano di prorogare il mandato di Ben-Horin di un altro anno. Disse: “Non bisogna cambiare cavallo proprio quando il carro è in procinto di raggiungere la vetta di una montagna.”

Nathan Ben-Horin è forse uno degli ultimi esempi viventi che incarnano lo spirito del vero pioniere, spirito che avevano i padri fondatori di Israele. Paladino degli ideali sociali e religiosi del primo movimento sionista, egli ispirava rispetto. Era fuggito dalla Germania nazista, si era arruolato nel “Maquis” (la resistenza franco-ebraico), era emigrato tra grandi difficoltà in Palestina, dove dedicava sedici ore al giorno al duro lavoro manuale. Quando il nuovo Stato ebraico venne attaccato dai paesi arabi circostanti nel 1948, si offrì volontario per il Servizio di Guardia e per il Reparto Medico dellaHaganah (esercito ebraico). Venne colpito da una bomba quando, intento a medicare un ragazzo ferito, gli si gettò sopra per proteggerlo, con il proprio corpo, dall’esplosione dell’ordigno. Ancora oggi, ne soffre le conseguenze fisiche. Nathan Ben Horin è entrato nel servizio diplomatico su raccomandazione dell’ex Primo Ministro, Levi Eshkol – a quel tempo, capo del sindacato nazionale dei lavoratori Histradut.

Eppure, nonostante gli sforzi di Ben-Horin di mantenere il silenzio sulla sua diplomazia riservata, incautamente circolavano voci riguardo alle intenzioni del Papa di riconoscere Israele. Nella primavera del 1986, la notizia apparve su tutti i media, dopo un servizio sulla NBC News subito dopo una visita in Vaticano di un rappresentante di un’organizzazione ebraica americana – che non immaginava il potenziale danno che una tale fuga di notizie avrebbe potuto causare.

In questo periodo, qualunque iniziativa relativa ad Israele, per essere efficace, doveva aderire rigidamente alla diplomazia segreta. Non sorprende dunque che il servizio della NBC venne prontamente smentito sia dal Vaticano che da parte del primo ambasciatore americano presso la Santa Sede, William Wilson, il cui nome era apparso nel servizio.

La prospettiva di stabilire relazioni con Israele, perciò, sparì temporaneamente dall’orizzonte del Vaticano. Queste rivelazioni inopportune e premature aveva scatenato proteste di massa nel mondo arabo e pare che il Segretario di Stato del Vaticano convinse Papa Wojtyla a rimandare la sua iniziativa. Le preoccupazioni della Chiesa per la sicurezza delle minoranze in Medio Oriente era di assoluta priorità.

Nel frattempo, Giovanni Paolo II con entusiasmo e senza sosta perseguì il suo progetto di aprire le porte del Vaticano al mondo esterno. Il 13 aprile 1986 ebbe luogo la sua storica visita alla Sinagoga sul Tevere. Nell’ottobre dello stesso anno convocò i leader delle principali religioni del mondo ad Assisi per la prima preghiera inter-religiosa del Vaticano a favore della pace.

Passarono sei anni prima che il portavoce della stampa vaticana, il Dott. Joacquin Navarro Valls, potesse annunciare, durante la conferenza stampa vaticana del luglio del 1992, la creazione di una Commissione bilaterale israelo-vaticana. La decisione doveva essere spiegata ai media internazionali con grande attenzione. Sfidato da un reporter che metteva in discussione la oculatezza politica di questa mossa, Navarro-Valls rispose imbarazzato che “i palestinesi e altri arabi non possono protestare contro il nostro avvio di un processo che ha portato al riconoscimento diplomatico di Israele, quando essi stessi sono ora seduti al tavolo dei negoziati a Madrid con le autorità israeliane “.

Ormai lontani dalle dichiarazioni di Pio X, rilasciate nel 1904 a Theodor Herzl, in cui diceva che “Dal momento che il popolo ebraico non ha riconosciuto Nostro Signore, noi non possiamo riconoscere il popolo ebraico” (ma questa è un’altra storia), gli ostacoli teologici al riconoscimento di uno Stato ebraico erano stati da tempo superati . Ed era ormai chiaro che non vi era più alcun ostacolo di natura politica.

Quarantasei anni dopo che la Risoluzione 131 delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947, che aveva decretato la divisione della Palestina in uno Stato arabo e in uno ebraico, e 45 anni dopo il 14 maggio 1948, anno in cui Ben Gurion dichiarò l’indipendenza di Israele, il Vaticano si era finalmente unito al resto del mondo occidentale, riconoscendo formalmente l’esistenza dello Stato ebraico .

Tutto questo avrebbe potuto avvenire prima? La risposta è “Sì… forse… circa 6 anni prima… ma solo se i media non avessero inseguito lo scoop”, secondo le indiscrezioni dell’ambasciatore Nathan Ben Horin.

 

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