2011
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Quattro donne ebree di fronte al male

2011-06-28 L’Osservatore Romano

Il numero di luglio di “Pagine Ebraiche”, il mensile dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale, dedica un ampio dossier intitolato “Le donne, la Storia”. Ne anticipiamo due articoli e alcuni dei temi in un nostro servizio.
La natura “La luce che illumina ogni uomo”, che nasce con lui, cioè il Logos, lo Spirito, è necessaria e sufficiente per la salvezza: questa frase, scritta da Simone Weil in uno dei momenti più duri della sua vita, mentre fuggiva l’avanzata dei tedeschi in Francia, oppressa dalla salute fragile e dall’angoscia che le veniva dal vedere troppo nitidamente cosa stava succedendo nel mondo, può essere considerata la linea rossa che accomuna quattro intellettuali ebree del Novecento vissute negli anni delle persecuzioni e della Shoah – Simone Weil, Hannah Arendt, Edith Stein, Etty Hillesum – che, se pure in modo molto diverso, si sono assunte il compito di riflettere sul problema del male e sul modo di affrontarlo senza perdere la propria umanità. Sono state loro, quattro donne ebree, ad accogliere questa pesante responsabilità intellettuale senza paura e senza fermarsi alla superficie delle spiegazioni politiche e storiche, indicando al mondo – in primo luogo, al loro mondo ebraico – le vie per salvarsi in senso spirituale dalla catastrofe del Novecento. Forse solo un altro ebreo, Vasilij Grossman, ha osato tanto nei suoi testi, ma coinvolgendo meno direttamente la propria vita.
Contraddistinte da vicende biografiche molto diverse e anche diversamente coinvolte nel genocidio – Stein e Hillesum sono morte ad Auschwitz, Arendt è fuggita in Francia, poi negli Stati Uniti e si è salvata, Weil è morta di tubercolosi nell’esilio inglese – queste donne infatti hanno in comune la radice profonda della riflessione: il senso e la natura del male con cui si sono scontrate, unitamente alla ricerca di una via di uscita spirituale e intellettuale. Hannah Arendt vede le radici del male nella distruzione del pensiero realizzata dai totalitarismi: una distruzione nascosta, generalizzata, che passa inosservata ed è quindi banale, ma proprio per questo scandalosa, perché porta alla rinuncia a pensare e a un affidamento docile ai superiori, anche a costo di tradire qualsiasi valore.
Si arriva così, soffocato il pensiero, alla perversione dell’imperativo morale e del giudizio che lo sottende. La filosofa tedesca intuisce anche la dimensione pervasiva del male, che arriva a coinvolgere le stesse vittime, cioè le istituzioni delle comunità ebraiche. Forse proprio il fatto di essere stata spettatrice, da lontano, della Shoah, rende Arendt capace di un’analisi distaccata delle origini del male, ma meno interessata alle possibilità di contrastarlo mentre era in atto. È questo invece il centro delle riflessioni sia di Stein che di Hillesum. Pur molto diverse, entrambe hanno in comune un cammino spirituale mistico che le porta ad avvicinarsi – certo non nello stesso modo – al cristianesimo, senza però prendere le distanze dalla propria radice ebraica. Entrambe vivono nella quotidianità le discriminazioni naziste, entrambe rifiutano la fuga possibile dallo sterminio per condividere la sorte del loro popolo.
Per Stein la radice del male non sta soltanto nel soffocamento del pensiero praticato dai totalitarismi, ma in una caratteristica propria della modernità: la negazione dell’anima. Davanti a una così incomprensibile cecità nei confronti della realtà dell’anima – scrive la filosofa – viene da pensare che questo rifiuto non sia “semplicemente l’arroccamento in determinati pregiudizi metafisici, bensì inconsapevolmente una forte angoscia di fronte a un incontro con Dio”.Quell’incontro con Dio così tenacemente cercato e voluto, invece, pur attraverso un originale percorso individuale, da un’altra giovane donna ebrea, Etty Hillesum. Che ha assunto su di sé la straordinaria responsabilità di rendere Dio credibile anche in mezzo all’orrore della Shoah: “Deve esserci qualcuno – scrive – che passi attraverso tutto ciò e testimoni che Dio è vivo, persino in tempi come questi. E perché non dovrei essere io quel testimone?”.
Compiuto questo cammino, Hillesum riesce a rovesciare le circostanze atroci in cui si trova a vivere, e a vedere il significato positivo e ricco della vita anche nella più dura prigionia, diventando così una presenza luminosa che aiuta i deportati, o meglio, come lei stessa ha scritto, “il cuore pulsante della baracca”. Edith Stein ed Etty Hillesum si sono certamente incontrate nel campo di Westerbork, in Olanda, prima della deportazione finale: non sapremo mai se i loro sguardi si sono incrociati, se si sono “riconosciute” come sorelle. “Oggi non è niente essere santi, occorre la santità che il momento presente esige, una santità nuova, senza precedenti”, ha scritto Simone Weil. Anche per lei la risposta al male è nella ricerca spirituale, nel tentativo di eliminare ogni distanza da Dio, compiendo il cammino opposto a quello della creazione, cioè attuare una “decreazione”, annullare il proprio essere, distruggere il proprio io. E senza dubbio l’annullamento dell’io si ha nella sofferenza, nell’umiliazione, nella sopraffazione subita, e in modo totale nell’abbrutimento dei campi di concentramento. La visione di Weil è pessimistica, ma a questa corrisponde una febbre a impegnarsi a favore degli oppressi, degli infelici, che pervade la sua vita e accompagna la sua profonda riflessione sull’uso della forza nei confronti degli altri esseri umani.
Queste quattro donne hanno svolto un ruolo centrale nella costruzione della coscienza morale contemporanea, nella riflessione della società europea su se stessa. E con le loro vite hanno testimoniato un modo particolare di essere intellettuali e insieme donne, profondamente legate alla loro origine ebraica, mantenendo una propria specificità di sentimento e di pensiero. A loro dobbiamo se riusciamo a ripensare al Novecento in modo meno disperato, se riusciamo a non vedere nella Shoah la morte di Dio.
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