2011
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Questione israelo-palestinese: intervista a padre Pizzaballa

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu rientra oggi in patria dopo un viaggio di 5 giorni negli Stati Uniti. Parlando ieri al Congresso statunitense in sessione congiunta, Netanyahu ha chiuso le porte su molte questioni cruciali, come quella di Gerusalemme: “Israele – ha detto – sarà generoso nei confronti di un futuro Stato palestinese, ma non tornerà mai ai confini del ’67”. Il presidente palestinese Mahmud Habbas ha replicato che in questo modo lo Stato ebraico pone altri ostacoli sulla via della pace. Ma cosa rappresentano i confini del 1967?Eugenio Bonanata lo ha chiesto a Giorgio Bernardelli, esperto di questioni mediorientali:

R. – Comprendono i territori occupati da Israele, ma mai ufficialmente annessi in questi 40 anni. Sono i territori in cui si è sviluppata ormai, in questi decenni, l’attività di colonizzazione, con gli insediamenti israeliani che sono stati costruiti in queste zone controllate anche militarmente da Israele. E’ un fatto che Israele si è ingrandito in questi 40 anni e che oggi vuol dire parlare di 250 mila israeliani che vivono all’interno di questi territori. E’ una proporzione abbastanza alta se si pensa che lo Stato di Israele ha una popolazione di circa 7 milioni di abitanti.

D. – Tornare indietro rispetto a questa situazione è molto difficile …

R. – Sì, però anche qua bisogna stare attenti alla guerra delle parole. Ovviamente nessuno pensa, e neanche Obama, ma nemmeno la stessa leadership palestinese, ad un ritorno automatico alla situazione del 1967. Il problema, però, è politico. Netanyahu dice: “Noi teniamo gli insediamenti più grandi e basta! Siamo disposti ad alcune dolorose concessioni”, ma senza specificare minimamente quali, il che lascia comunque dei dubbi sulla portata di questa affermazione. Questa è una posizione molto forte, una posizione in aperto contrasto con quello che ha detto Obama non più di qualche giorno fa e, soprattutto, è una posizione che in questo momento fa parte di quella battaglia sulle parole che viene a segnare una situazione di assoluto stallo. Oggi il negoziato in Medio Oriente non c’è. Sono mesi che le trattative sono ferme dopo il rifiuto, proprio da parte del governo di Netanyahu, di aderire alla proposta di proroga di quel blocco nella costruzione di nuovi insediamenti fino alla definizione, appunto, di un orizzonte di confini sul quale trattare. Il negoziato è fermo. Lo stesso inviato del presidente Obama per il Medio Oriente, il senatore George Mitchell, si è dimesso la settimana scorsa. Oggi, siamo in una situazione di assoluta assenza di negoziato. (ma)

Dunque si profila un nuovo stallo nei colloqui tra israeliani e palestinesi. Una situazione che secondo molti osservatori potrebbe legarsi pericolosamente alle rivoluzioni in atto nel mondo arabo. Ma la Chiesa locale come sta vivendo questo momento segnato dalla presa di posizione israeliana. Eugenio Bonanata ne ha parlato con padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa:

R. – Il processo di pace, diciamo la verità, in questi ultimi anni era totalmente fermo e non si parlava più di niente. Questa è parte del problema, a causa anche, da un lato, della difficoltà del governo israeliano a prendere iniziative e, dall’altro, anche a causa della divisione all’interno dei palestinesi. I cambiamenti all’interno del mondo arabo hanno mutato notevolmente la situazione in Terra Santa: c’è stata l’unificazione delle due fazioni palestinesi, che ha costretto anche, in un certo senso, sia l’amministrazione statunitense, come anche il governo israeliano, a fare delle mosse. Quindi, da un lato, l’aspetto positivo è che si ricomincia a discutere di cose concrete e non si fanno appelli generici, dall’altro, siamo ancora, come abbiamo visto, molto lontani da punti di incontro sui problemi concreti che sono i confini, i profughi e Gerusalemme.

D. – Come si guarda al futuro?

R. – Certamente nel breve termine è ancora molto incerto. Quali che siano le iniziative, quali che siano gli eventuali accordi, semmai ci saranno, richiederanno sicuramente un tempo medio-lungo e non breve, perché qualcosa si sblocchi.

D. – I palestinesi puntano al riconoscimento del proprio Stato a settembre, in sede Onu. Come valuta questa mossa?

R. – E’ un modo, anche questo, di forzare la situazione, di creare dei fatti compiuti in modo da costringere ad un accordo, ad un negoziato concreto sulle parti e anche, in un certo senso, a smuovere la comunità internazionale che, forse, ultimamente, si era un po’ distratta. Sicuramente si deve arrivare a questo. Adesso le modalità, i tempi sicuramente saranno suscettibili di grande discussione da tutte le parti, ma il tema sicuramente deve essere affrontato prima o poi ed è meglio farlo quanto prima.

D. – Quali le speranze riposte nella comunità internazionale?

R. – La comunità internazionale ha sicuramente un ruolo importante: non può sostituirsi alle due parti, che devono trovare sicuramente un accordo tra loro, ma può sicuramente avere una forte influenza su di esse. Ultimamente, come ho detto, era un po’ lontana per tante, tantissime ragioni, ma il ruolo è determinante: senza il supporto e l’accompagnamento della comunità internazionale sarà quasi impossibile sbloccare questa situazione. (ap)

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