2011
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Difficile ma possibile. Lettera di mons. Samir Nassar (Damasco) sui cambiamenti nel mondo arabo

Siria. “I cristiani d’Oriente di fronte ai cambiamenti nel mondo arabo”: su questo tema riflette mons. Samir Nassar, arcivescovo maronita di Damasco, in una lettera inviata a numerosi vescovi europei, tra i quali il card. Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia. Il card. Antonelli doveva recarsi in visita in Siria, ma non ha potuto per le rivolte e la difficile crisi ancora in corso. Pubblichiamo il testo integrale.

Come accogliere i cambiamenti? “I cambiamenti violenti o pacifichi nei Paesi arabi mettono sulla strada di una nuova democrazia. Un nuovo Medio Oriente comincia a nascere. Questi cambiamenti potrebbero portare un caos doloroso destabilizzante o condurre ad un inevitabile ritorno dell’Islam tradizionale… Come accogliere queste nuove sfide? La Chiesa deve affrontare e trovare un modo di dialogare adeguato alla nuova situazione. È accaduto diverse volte nella storia. Bisogna sempre cercare piste di dialogo e occasioni di speranza. Un compito difficile ma ancora possibile.

Reciproco arricchimento. I cristiani orientali sono una minoranza in una comunità a maggioranza musulmana e hanno un ruolo di testimonianza del Vangelo, come il lievito nella pasta. Questa situazione prosegue dal VII secolo. Una esperienza antica che ha avuto i suoi alti e bassi. Essendo cristiani di lingua araba, la nostra presenza tra i musulmani pone la nostra vita di fede alla loro portata. Essi visitano le nostre chiese aperte e accoglienti, dove gli uomini e le donne pregano uno accanto all’altro, un discorso silenzioso ma eloquente sull’uguaglianza. Ascoltano i nostri discorsi e commenti sul Vangelo, soprattutto sullo schermo della tv cattolica, che trasmette in lingua araba via satellite 24 ore su 24. D’altra parte, i cristiani osservano invece i tempi della preghiera musulmana, il loro digiuno durante il Ramadan e la carità verso i poveri. Ricordano i loro doveri di cristiani e hanno il coraggio di mostrare la propria fede.

Una convivenza secolare. I fedeli hanno paura di un fondamentalismo integralista che potrebbe ridurre le loro libertà di culto. Questa paura è giustificata da focolai di violenza e persecuzioni ancora presenti nella memoria collettiva. Per uscire da questa situazione, il ruolo della Chiesa consiste nell’ “intensificare il dialogo con l’Islam moderato, ancora maggioritario; evitare posizioni di islamofobia e incoraggiare occasioni di incontro nel campo della cultura, dell’arte, dello sport e delle azioni umanitarie; smarcarsi da politiche occidentali che si pongono in conflitto con l’Islam, in Europa e altrove; sottolineare il ruolo di conciliazione nei conflitti che oppongono i nostri concittadini musulmani sunniti e sciiti o alauiti, come accade in Iraq, Siria e Libano. Una missione di pace evangelica da valorizzare”.

Ecumenismo di fatto. Questa situazione di instabilità e di insicurezza sociale spinge le piccole Chiese orientali a serrare i ranghi e ridurre le differenze. Il Sinodo di ottobre 2010 sui cristiani d’Oriente ha gettato le basi per una indispensabile collaborazione tra le famiglie ecclesiali del Medio Oriente. Già sono in comune il catechismo, la preparazione al matrimonio, il servizio ai poveri, la condivisione dei luoghi di culto, ecc.. Gli incontri tra vescovi cattolici e ortodossi si svolgono regolarmente da diversi anni. L’esercizio della carità è rivolto a tutti i poveri, senza distinzione di razza o di religione.

L’angoscia e la speranza dei rifugiati iracheni. La presenza massiccia di rifugiati iracheni a Damasco, anche se drammatica, è una grazia, un’ancora di salvezza per le comunità cristiane in Siria: dal 2003, la Chiesa di Siria è stata eccezionalmente rinnovata dalla presenza di questi rifugiati, con un prezioso dinamismo spirituale. L’angoscia dei rifugiati iracheni è molto grande. Sono sfuggiti alla morte e alla violenza in Iraq per cercare una nuova casa più accogliente. Dove andare ora? La loro preoccupazione è ancora maggiore. Hanno bisogno di assistenza psicologica e di sostegno spirituale e umano. Non sappiamo più cosa fare e cosa dire. Trascorrono ore e ore in chiesa, accendono candele davanti alla Madonna e si rifugiano in silenzio che dice tutto. Una situazione deprimente. È difficile essere cristiani e non poter fare nulla in questa situazione di stallo, continuando a mantenere la speranza.

L’appello del Papa. Vivere in un regime militare o sotto l’Islam fondamentalista? Le minoranze, cristiane o non, contano molto poco nelle sfere decisionali. Dal dicembre 2010 vediamo il mondo intorno a noi muoversi ad un ritmo accelerato, senza avere il tempo di reagire. O meglio, non sapendo come reagire e quale parte sostenere. Dobbiamo interloquire con il potere e guardare con sospetto la ribellione giovanile, una ribellione che finirà probabilmente con l’instaurazione di un regime islamico. Una impasse difficile da gestire, soprattutto se accompagnata da gravi problemi economici e fragilità sociale. Al silenzio e alla paura dei cristiani d’Oriente è venuto incontro Benedetto XVI quando ha lanciato, domenica 15 maggio, dopo la preghiera del “Regina Coeli”, un appello vibrante: “Chiedo a Dio che non ci sia più spargimento di sangue… Invito tutti i cittadini e le autorità a non risparmiare nessuno sforzo per cercare il bene comune e ascoltare le legittime aspirazioni ad un futuro di pace e stabilità”.

Un Sinodo all’avanguardia. Di fronte a queste sfide le piccole Chiese orientali devono affrontare un futuro difficile e incerto. Il loro silenzio e la loro neutralità risultano sospetti, sia agli occhi del potere, sia tra i manifestanti. Siamo sconcertati da queste rivolte e abbiamo la sensazione di essere travolti da questi giovani rivoluzionari. Viviamo una sorta di ‘sindrome irachena’. La paura è paralizzante. La pratica religiosa è in declino, i bambini non vengono più al catechismo. La sopravvivenza delle nostre piccole Chiese era già fondata sulla solidarietà ecclesiale nei vari settori pastorali: clero, seminaristi, scuole, dispensari, catechesi, colonie, servizi sociali, locali, ecc. Senza la solidarietà cristiana la missione è ferma. Il Sinodo dei cristiani d’Oriente si è svolto a Roma nell’ottobre 2010, due mesi prima dello scoppio delle rivolte nel mondo arabo. Come se la Chiesa avesse effettivamente previsto la crisi, proponendo il Sinodo come guida e messaggio di speranza e di pace. Questo messaggio incoraggia i cristiani orientali a vivere la loro cittadinanza pieno titolo nei rispettivi Paesi. Il Sinodo ci invita ad affrontare le sfide e le aspirazioni di questi popoli. La vita cristiana passa prima di tutto attraverso l’Incarnazione. La sola strada per il futuro in un mondo che cambia. Riusciremo ad essere testimoni di Cristo risorto su una terra biblica assetata di pace?”.

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